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Poche figure come quella di Uccio Aloisi rendono evidente il distacco che c'è fra quello che era la musica popolare salentina prima che avesse successo (etnomusicologicamente parlando, come direbbe il ghost writer di Massimo Alfarano) e la sua fusion incessante con tutto e il contrario di tutto. Ovvero, con quello che passa per la musica popolare salentina, ora che pare abbia successo.
Parlavamo proprio ieri di profumiere, in campo sessual-sentimentale, riferendoci ad esse come alle donne più infide possibili: quelle che vivono rapporti con gli uomini in forza della loro profumazione, e mai in funzione della loro essenza. Accenni di consensualità, forme di sensualità, vedere: quanto volete. Concludere, realizzare, toccare: neanche per sogno. In un mondo in cui le donne profumiere sono al potere o stanno per prenderlo definitivamente, mentre neanche ce ne rendiamo conto, non poteva che capitarci un'estetica della musica folk in cui gli accostamenti contano più delle identità; gli arrangiamenti più dei testi (che sono praticamente sempre gli stessi, svuotati come il vaso di terriccio di una piantina dimenticata); i gruppi più dei solisti, e via discorrendo, pizzicando e tarantando.
Per carità, da sempre un grande momento di espressione nelle arti ha dovuto essere contaminato e sminuzzato (vedi il manierismo in architettura o in pittura, dopo la prima stagione del Rinascimento), per poter essere isolato e finalmente compreso, una volta, però, morto. Ma qui non stiamo parlando, con tutto il dovuto rispetto, di grande pittura ad affresco da cappella papale; bensì di bozzetti di vita quotidiana sublimati, per qualche minuto di canto, in un'oralità intima e straziante. Massimo rispetto per tutti i concertoni della Notte della Taranta presenti, passati e addivenire. Serate frutto di selezioni ardite e prestigiose, fonte di divertimenti i cui ricordi durano vite e, in qualche caso, ne producono di nuove. Resta il fatto però che fra tutti quei musici polistrumentisti di chissà dove e di chissà come, fino a qualche ora fa, solo uno non suonava che un unico strumento. Questo era Aloisi. La cosa, invece di sembrarci un limite, ci sembrava una grande occasione. Il fatto che poi quello strumento unico e irripetibile fosse la sua anima irrimediabilmente bruciata dalla fatica, e indissolubilmente unita a qualunque altro elemento con cui la volesse o dovesse accompagnarla - che fosse un tamburello del '700 prestato da un museo, ma percosso da una mano callosa e ferita; o un'intera formazione di grido come come i Buena Vista Social Club, quasi ignorati dal maestro in una indimenticabile serata - non faceva che aumentare il nostro stupore, di trovarci un simile ulivo (come giustamente lo ha definito Massimo Bray) in una selva di tanti rampicanti.
Così, è quantomeno strano che i giornali locali debbano celebrare in Uccio Aloisi il cantore del tarantismo solo perché ha effettivamente partecipato e mattato - a suo modo schivo e quasi dissacratorio - diversi concertoni melpignanesi. In realtà, non c'è niente di più meno tarantato dell'essenza di Uccio Aloisi: autore di un canto popolare talmente autobiografico che non ammette cover, e talmente universale che può essere anche solo salentino, senza alcun bisogno di contaminazioni e fusion, per essere valorizzato. Un canto che sgorga da un'esperienza di lavoro faticosa e anacronistica è fatto così: o lo fa uno del 1928 o il resto sono pizzicarelle.
L'estetica dell'Aloisi al pieno delle sue possibilità è brutale, fatta com'è di testi che prendono forma come arnesi di "fatia", che si affilano solo dove serve che taglino, senza nulla concedere alla forma, e dunque alla melodia. Un'estetica così solo un modo conosceva di essere se stessa, quando veniva accostata a "tutto il resto": andare il più possibile fuori tempo. Non a caso, il canto del cigno di questo stornellatore rude ma funzionale come un muretto a secco, eppure generoso come una fontanella di piazza - è stato quest'estate. E' stato l'aver suonato lo stesso, anche se avrebbe dovuto restare dietro le quinte, seguendo i consigli dei medici. Si è fatto issare a spalla sul palco fra gli applausi che a un certo punto sono quasi venuti meno, perché le mani di parecchie signore avevano cominciato ad essere seriamente impegnate a tergere lacrime. L'ultimo modo sostenibile di andare fuori tempo.
Aloisi condivideva la sua esperienza di vita autentica con qualunque pubblico, senza guardare in faccia neanche alle prime file di ognuna delle migliaia di serate che avrà fatto nella sua carriera non sfolgorante, ma molto luminosa.
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22 ottobre 2010
17 settembre 2010
Elogio di Andrea Baccassino
Andrea Baccassino - come ama dire egli stesso - appena nato era già neretino, in un 1973 forse ancora troppo poco lontano perché la sua produzione musicale possa dirsi di culto, ma già abbastanza perché sia ora di parlarne più diffusamente, almeno rispetto a una delle solite brevi di spettacolo.
I titoli delle sue "opere" non vi saranno tutti noti. Ma vi faranno subito ridere, appena ne avrete colto l'assonanza con il successo pop da cui, di volta in volta, derivano. Successivamente, vi chiederete come avrà svolto, in decine e decine di casi, la complicata matassa della traslazione nel suo dialetto delle varie "Hey Jude" ("Ehi, Ucciù / ma comu gghè / puerti 'ddh'uecchi / mmattuliciati), "New York, New York" ("Nci so' mille città / ma so' felice qua / piccé so' di Nardò Nardò). Vi stupirà la varietà di temi e situazioni che Baccassino riesce a mettere in scena, con piglio da vero scenografo di teatrino, in così pochi versi e con così ristrette possibilità metriche. Ma cos'è che fa cantare le piccole folle dei più rinomati pub di Galatone, come dei peggiori wine bar di Lecce?
La principale differenza fra un vero cantore comico e dialettale contemporaneo - come può esserlo stato Federico Salvatore per la Napoli negli anni '90, o Checco Zalone per la Bari degli anni 2000 - è che Baccassino non usa solo la realtà quotidiana come materia prima da cui trarre la forma delle sue liriche. Bensì, adopera la parola musicata stessa, facendo dei testi altrui nient'altro che una seconda metrica al suo servizio. E con una tale decisione che, fra i casi citati, Baccassino è l'unico che può essere goduto al di là delle performance di piazza o in video: basta solo ascoltarlo. Andrea usa la musica e le canzoni - dotte o popolari che siano, spaziando da Battiato fino ai Ricchi e Poveri - senza ripetere pure a Nardò le missioni - più o meno volontariamente - culturali degli Zaloni di tutta Italia, che prendono un'identità dialettale o pseudodialettale e la elevano momentaneamente al rango di linguaggio nazionale, in un contesto di italiano "ufficiale" ormai in ogni caso imploso, fin dalle fondamenta delle sue istituzioni scolastiche. Baccassino, al contrario, preleva un aspetto della musica nazionale o internazionale e la sottopone a Nardò e alle sue contraddizioni più amare o fascinose. Le epifanie di bellezza nascoste nel vicolo più sudicio; gli inconvenienti dei sanitari rotti proprio nel momento più importante; e ciascun altro prodotto di quella particolarissima ermeneutica della sfiga e della ristrettezza che, da sempre, solo i comici più sboccati e dolceamari sanno elevare a metodo cognitivo.
La differenza fra lui e un cantante vero, magari un pomposo cantautore, è parte integrante della sua estetica popolana, e guai a toccargliela. Forse è proprio per questo che, nonostante l'indubbio successo di pubblico (quanti suoi colleghi amano fingersi il nuovo Gigi D'Alessio, per molto meno), Andrea ha l'immensa, quasi commovente modestia - per uno che, tutto sommato, ha dimostrato di saper dominare le parole - di abbracciare con entusiasmo la distanza che lo separa dalla cosiddetta musica pop ufficiale. Proprio ciò che lo rende commercialmente borderline - se non penalmente rilevante, visto che è un fatto che non risultano ancora abrogati quei due o tre articoli di legge sul diritto d'autore - è la sua forza.
Anche se le sue sono chiaramente parodie, Baccassino non deride mai il testo originale della canzone che trasforma, ma solo la realtà contradditoria della parte di provincia che ha deciso di raccontare. Le corse per fare in tempo a portare in spalla la statua di un Santo; gli eccessi in piastrelle e marmi dei nuovi ricchi del paesino; le grottesche tecniche di seduzione di femme fatali mancate. Per questo che nessun autore delle musiche originali potrebbe mai volergli male.
Baccassino è immediato come l'amico d'infanzia che storpia le canzoni della nostra autoradio, in attesa che a nostra volta possiamo storpiare le sue, visto che, fino a prova contraria, non tutti i salentini, soprattutto giovani, riescono a capire al volo molti suoi testi (e magari proprio operazioni culturali come la sua possono aiutarci in questa direzione del recupero della cantata, se non della parlata, dialettale).
Insomma, stasera, nel cuore della sua Nardò ("Vite! Vinotecheria Musicale", ore 22), ascoltiamo Baccassino senza pregiudizi di sorta. Apriamoci a questo raro caso di musicista contemporaneo che non teme la pirateria, perché era pirata - della lingua e della musica - egli stesso, prima ancora di automasterizzarsi il primo cd vergine.
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