Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
20 aprile 2011
Come parlare bene di Paolo Perrone
In edicola con 20centesimi
Nota per il lettore: l’articolo che segue è l’ammissione di un debole per Paolo Perrone che non può che essere inteso, più che a titolo personale, a vostro rischio e pericolo. Di più: è un outing che tenevo dentro e che, dopo i tanti incontri culturali e politici della scorsa settimana, doveva pur venire fuori in qualche modo. Sono felice che abbia scelto il meno doloroso, seppure non il più rapido.
Un latinista più forte di me direbbe che le mie considerazioni dovrebbero essere intese “ad usum Delphini”, perché epurate di tutti gli elementi scabrosi o comunque ritenuti inadatti a un lettore di giovane età o dotato di forte sensibilità. Ma io volentieri mi fingerei tale ai vostri occhi, se non fosse che l’espressione ricorderebbe troppo da vicino l’elegante titolo ittico-cetacico che l’opinione pubblica salentina attribuì al giovane Paolo, quando si trattò di designare un erede naturale per Adriana Poli Bortone. E la cosa creerebbe confusione.
Sono diverse notti, insomma, che la mia anima 20centesimale lotta contro quello che oggi chiamo un morbo ma che domani, chissà, ribattezzerò shakespearianamente vero e proprio amore.
Io non è che a Paolo Perrone non volessi bene di mio, questo sia chiaro e limpido come il suono della voce di Tito Schipa che fuoriesce, ogni mattina a mezzogiorno, dai megafoni che il sindaco di Lecce ha reso i simboli sonori della sua città. Vi dirò di più: se dovessimo considerare elementi psico-fisici, materiali, culturali o interpersonali, Perrone ha più cose in comune con me rispetto perfino alla Poli Bortone, che pure era stato uno dei primi cittadini di Lecce con cui avevo spartito più parte del mio background e del mio modo di sentire, a parte tutti quelli che l’hanno preceduta dacché respiro aria, fumo e particolato fra questo mare, questa terra e questi cantieri per basolati.
Tantissime cose ci uniscono. Potrei fare molti esempi. Ne faccio uno solo. Sia io che Paolo possediamo forte in noi la nozione che non sia necessariamente un malnato, ma solo un diversamente inserito chi non abbia idea di quali parole o meglio cenni bisogna adoperare, per ottenere un cappuccino con una forma di cuore sulla schiuma, in uno dei tre o quattro bar veramente alla moda del Salento. Sono un 20centesimale anomalo? Non sono abbastanza di sinistra? Devo farmi una colpa del fatto che giro il nostro territorio in cerca di sempre nuovi “Tic & Tribù”, in esclusiva per voi?
Ma non è stato mentre inseguivo un tic o una tribù - bensì materiale più sostanzioso per questo spazio “terzo” - che la settimana scorsa mi sono reso conto di un paio di cose su Paolo Perrone, di cui neanche il più acuto o ispirato editorialista del “Nuovo Quotidiano di Lecce” si era reso conto.
Tutto è cominciato con quell’espressione che mi ha fermato il cuore, usata da Paolo nel corso della presentazione dell’ultima fatica letterario di Marco Panara: “La malattia dell’Occidente”, al cospetto di Raffaele Fitto e di Enrico Letta, fra gli altri: “Il sistema bancario è stato un gigantesco gioco del ‘puzza a te’ in cui la puzza rimaneva sempre addosso al risparmiatore”. E’ stato un punto di non ritorno. Non c’è alcuna ironia in quello che scrivo.
Nessuna delle riflessioni che ho fatto sulle origini e le possibili regole di quel gioco mi stavano portando sulla strada giusta. Anche se ormai ero arrivato a pensare al “puzza a te” come a una disciplina che, nata fra i punkabbestia “light” del genere polacchine taroccate e cene all’Angiulinu, si fosse poi diffusa anche sulla sponda opposta. Chissà se, nell’appropriarsene, il centrodestra non l’avesse elevato a un gioco strategico di guerra alla Risiko in cui l’untore iniziale della prima puzza tenta poi di conquistare il mondo. Quanto mi ero sbagliato.
Ho capito in un solo colpo quanto mi ero sbagliato nel ravvedere ego da capo berlusconiano, o comunque tracce di berlusconismo deteriore, in certi gesti o dichiarazioni di Perrone. Ad esempio, prendete l’occasioni in cui fummo esclusi dalla rassegna stampa del Comune in cui siamo domiciliati. Nel corso di una seduta in aula consiliare, Perrone, negando l’acquisto di 20centesimi al consigliere che lo aveva chiesto, disse: “Se è solo un problema di soldi, ne possiamo parlare”. Noi in quella risposta vedemmo un berlusconismo infiltrato, paludato perfino nella buona borghesia leccese: una borghesia di tradizione e di prestigio, fatta di belle maniere e di ambiguità profonde, ma mai così scortese (lo dice anche l’adagio). Sbagliato, sbagliatissmo.
Pensiamo anche a una risposta che Perrone diede a una giornalista che faticava a stare dietro alle parole del critico d’arte Toti Carpentieri, mentre spiegava i contenuti della mostra di Marc Chagall organizzata al Carlo V: “Stai prendendo appunti?”.
Quelle frasi, inconcepibili per molti, erano avvisaglia di quello che avremmo compreso insieme al “puzza a te” di qualche settimana dopo. E cioè che l’unico germe del berlusconismo che abbia mai attecchito nell’organismo di Paolo Perrone non è che il migliore possibile: quello di una sovrapposizione della sfera privata e di quella pubblica, al punto da non riuscire a separare le frasi che pronuncerebbe in un contesto di pranzo con gli amici o rifugistica doposci da quelle che direbbe a una conferenza stampa. La differenza sta nel fatto che la vita privata di Berlusconi è un remake gore di Satyricon di Fellini. Quella di Perrone la stessa di molti cittadini leccesi di buon gusto ma dalla lingua lunga. Il che non è assolutamente un male, confrontato coi sofismi, le contraddizioni, le macchinazioni della politica da Machiavelli in poi. Le frasi fatte, il fintissimo fair play istituzionale che a volte lancia un’ombra di ipocrisia anche sulle votazioni parlamentari in cui ci sono meno lividi o ustionati gravi. Paolo Perrone non è mai sprezzante o maleducato, anzi. Sarebbe ripetere il vecchio errore ritenerlo tale. Paolo è sempre alla pari con chiunque si rapporti, che sia giornalista, collaboratore, privato cittadino. Gli parla come a un amico. Un amico che forse qualche volta sta per diventare un conoscente, ma pur sempre uno “dei suoi”. Già lo avverto, lo zoccolo duro della community di 20centesimi, che borbotterà, parafrasando Cetto La Qualunque, quel campione cinetelevisivo di ogni pregiudizio sul tipico rappresentante del centrodestra meridionale: “Bravo De Stefano, si comincia col dare la precedenza all'incrocio e si finisce che ti pigliano per ricchione. Tu stai cominciando a lodare Perrone per il ‘berlusconismo positivo’ (o come cacchio lo chiami) e finirà che ti piglieranno per fascistello (soprattutto se ti tagli una buona volta i capelli come si deve)”. Qui è evidente che c’è più di un mito da sfatare. Gli omosessuali non sono obbligatoriamente forniti, chiavi in mano, con una gentilezza d’animo preinstallata (e basta andare a fare un giro dalle parti delle pinete gallipoline versante Pizzo, per rendersene conto); nè tantomeno possiedono una predisposizione innata a una forma di rispetto particolare - comune alla categoria - delle norme del codice della strada. In verità, non c’è nessuna categoria.
Allo stesso modo chi, come me, non la pensa in politica come Perrone, non necessariamente non la può pensare al suo stesso modo su tanti piccoli dettagli che rendono Lecce un posto di centrodestra in cui vivere. Per questo spero con tutto il cuore che Paolo Perrone continui a tenere questa piccola grande lezione di politica permeabilità col suo mondo personale ancora per lunghi mesi di amministrazione della mia città.
15 aprile 2011
Quando Bersani diventa guru della comunicazione
In edicola con 20centesimi
Fra le piccole e grandi sorprese contenute nel libro dato ieri alle stampe da Pierluigi Bersani (presso i tipi di Laterza; titolo: “Per una buona ragione”) - fra le grandi non manca l’elogio di Benedetto XVI come papa “moderno” - c’è anche una vera e propria requisitoria in materia di linguaggio politico che il segretario del Pd ha rivolto ad alcuni dei membri, sia interni che esterni al Pd, della coalizione “naturale” con cui il centrosinistra potrebbe presentarsi alle prossime elezioni. L’assenza di Di Pietro e di dipietristi di sorta dalla hall of fame dei cattivi comunicatori istituita da Bersani, non si capisce se sia più un’ammissione a denti stretti della non classificabilità del molisano, o più un incentivo alla solidità della coesione col Pd e con Sel.
In ogni caso, non diceva male uno che era del ramo: “La fenomenologia del linguaggio è un'esperienza del mistero e dell'altro, delle persone e della loro storia”. Così, a soli 12 euro Bersani non si limita a studiare, insieme coi suoi due intervistatori Miguel Gotor (docente di Storia Moderna all’Università di Torino) e Claudio Sardo (giornalista), il male del populismo berlusconistico - cui vada ad aggiungersi pure quell’altro morbo, uguale e contrario al primo, ma ancora più letale dal punto di vista della produttività di contenuti e di risultati elettorali, che è l’antiberlusconismo. Citando ampiamente Gramsci, per Bersani “l’aulicità è uno strumento di dominio”.
Il segretario del Pd individua in tre filoni possibili le tendenze linguistiche che hanno allontanato dal popolo e soprattutto dalla popolarità il centrosinistra italiano. La prima ad essere citata dal guru della parlata schietta piacentino è la devianza vendoliana: la vena narrativa, quella libera favella in libera Regione che però non sempre è comprensibilissima e qualche volta è pure strumentalizzabile. Prova ne sia il fatto che una delle poche rubriche di grido rimaste ancora in vita al “Foglio” di Giuliano Ferrara si intitoli proprio: “Nichi, ma che stai a dì” e sia un elenco più o meno ragionato, proposto quotidianamente, “delle frasi più folgoranti pronunciate dal governatore della Puglia Nichi Vendola”. Ça va sans dire che quelle frasi hanno molto in comune con quelle che Checco Zalone ha pronunciato nelle sue ultime, memorabili imitazione del Governatore pugliese.
La seconda tendenza è quella promossa dall’ammerigano Walter Veltroni: qui, secondo il Bersani guru della comunicazione politica, si è sbagliato non per eccesso di narratività e difetto di sintesi e rapporto con la realtà (le “favole” di Vendola), ma per totale onirismo e forte impulso alla “fellinade”. Veltroni come regista di un sogno italiano destinato a dimostrare, per l’ennesima volta, che chi vuole mostrare a tutti i costi che contino più i percorsi delle mete, forse, non è che sia diretto verso chissà quale meta. Sono pesantissime le parole di Pierluigi che stigmatizzano il tentativo veltroniano di una via “a stelle e strisce”. Tanto più pesanti quanto più l’accusa è di “levità”: “Democrazia è una parola meno leggera di quanto non lo sia per la cultura liberal americana”.
Il terzo indiziato è indiziato Matteo Renzi, e qui il j’accuse riguarda la sua presenza su Facebook. A Bersani sembra non andarne bene una, perché il giovane sindaco di Firenze viene indiziato come fautore di una politica dedita alla personalizzazione di essa, in una visione che al progetto politico tende a sostituire la scelta delle persone, con conseguente rischio di derive plebiscitarie e diverse malattie cardiovascolari. Un esercizio di “democrazia delegata”, quello di Renzi, nulla di più e nulla di meno. E i politici pugliesi? Chi è al riparo dalle grinfie del Bersani spin doctor? Quasi tutti apparentemente, visto che non li calcola di striscio nel libro. Ma chi sono quelli a rischio, al netto delle critiche rivolte ad altri, che potrebbero assurgere a modello per una critica ai suoi derivati?
E’ quantomeno da notare come, oltre a questi tre mali della lingua parlata dalla sinistra italiana non al potere, Bersani eviti - non si sa quanto conscientemente - di produrne anche un quarto. Una quarta via fortemente intrisa di socialmedialità, come accade per il sindaco di Firenze, ma con tanta schiettezza e concretezza in più, che forse potrebbero essere le più vicine alla perfezione bersaniana: quelle di Michele Emiliano.
In realtà, parrebbe che i pugliesi e in particolar modo i salentini del centrosinistra, con qualche eccezione, se la cavino piuttosto bene all’esame del bersanometro. Sergio Blasi, ad esempio, è un curioso trait d’union fra narrazione e onirismo, fra cultura generale e preparazione politica. Eppure non è solo un dirigente: è stato anche un bravo amministratore. E’ il meno tradizionale dei rappresentanti del Pd pugliese, il meno paludato nella solita politica. E, soprattutto, possiede il merito di essere un originale. Sì, perché i rischio è sempre il vendolismo posticcio. Che non si può acquisire, come forse si può fare col veltronismo. Anche se Loredana Capone è lungi dall’essere un clone di Vendola - pensate solo ai vari traocchi salentini di D’Alema, che ne imitano perfino la gestualità - è un po’ più a rischio emulazione retorica, sull’onda dell’entusiasmo, ogni giorno che passa. Infine, nn veltroniano doc, uno che impazzisca per il jazz e che vada spesso in Africa, forse non ne abbiamo. Anche perché in Africa, in fondo in fondo, ci siamo quasi già.
17 marzo 2011
I 4 tipi di risorgimentalismo
In edicola con 20centesimi
Per quanto esistano numerosi tipi di risorgimentalismo, sono tutti rappresentati egregiamente dalla sola classe dirigente della nostra piccola Lecce. Magari con un piccolo aiuto da casa da parte della nostra popolazione, sempre nostalgica di un grande passato che forse non ha comunque mai avuto, ma che è molto bello pensare di aver perso. C'è il risorgimentalismo più facile ed usato, che è quello retorico delle nostre istituzioni politiche egemoni, cioè quelle di centrodestra. Comune e Provincia, completamente privi di contenuti e sempre più anche orfani di forme (perlopiù per colpa del virus inoculato del berlusconismo), vanno a nozze - morganatiche - con dei simboli e dei concetti tanto più grandi di loro - come patria, bandiere, inni e libertà - che hanno per giunta la convenienza di ricordare tanto da vicino quelli che avrebbero dovuto rispettare e fare loro, se non fossero mai scesi a patti col berlusconismo, o se Gianfranco Fini non si fosse mai invaghito di Elisabetta Tulliani. Poi c'è il risorgimentalismo, di opposizione: che fa dell'antiretorica una retorica di segno opposto. Quello legittimamente atterrito per la deriva, per la perdita di autocontrollo da parte dei politici egemoni, di cui sopra. E che in occasione di quest'anno ha riconvertito, per i suoi messaggi forti (perlopiù di lotta a leggi ad personam e a meretriciocrazia), gli stessi simboli e lo stesso amor patrio rilucidati dal suo collega di maggioranza. Da qui le manifestazioni pro-costituzione, pur apprezzatissime e a tratti necessarie (soprattutto da porta San Biagio al Castello Carlo V), ma che a qualcuno sono somigliate troppo alle processioni patriottiche di fasce tricolori e divise da vigile urbano (come quella che è andata in onda lunedì 14 per le vie di Lecce). Solo, appunto, caricate di un'energia contraria.
Ancora, c'è il risorgimentalismo degli imprenditori, degli aristocratici non borbonici e degli snob di ogni ceto sociale. Di chi non gliene frega niente di niente, figuriamoci di Garibaldi ferito o di Mazzini esule. Oddio, forse gliene frega anche qualcosa - la sua passioncella per le bande musicali ce l'avrebbe pure. Per quelle bande musicali che fanno il loro dovere, che suonano una musica non pop (che sarebbe troppo, per una moglie radical chic), ma per una volta orecchiabile e sontuosa, ciascuno sul suo strumento e ciascuno a tempo. Ma va nascosta, come un tradimento alla sua personalissima messa in scena della retta via. Farsi scoprire da Liberrima con in mano - non dico un "Viva l'Italia di Aldo Cazzullo - ma anche solo un "Almanacco essenziale dell'Italia unita" di Carlo Fruttero e Massimo Mantellini", sarebbe il massimo sacrilegio. Loro fanno come quando si va su internet dal cellulare, per controllare che sta facendo il Lecce, durante un concerto domenicale di Beethoven in un ex monastero. Battono il tempo dalla Bmw, fermi al semaforo di via XXV Luglio, mentre passa la banda verso il Politeama. Questa terza categoria finisce per essere talmente presa dal dover dare l'impressione di non tenerci affatto all'Unità d'Italia - perdipiù dopo 150 anni suonati - che forse impiega più risorse, logistica e argomenti per evitare cortei o citazioni di Massimo D'Azeglio di quanti ne impiegherebbe a parlarne o a seguire semplicemente la fanfara dell'inno di Mameli coi tacchetti delle Tod's.
Dei neoborbonici tacciamo, almeno per rispetto. Sono listati a lutto: è oggi la loro versione del "giorno di dolore che uno ha". Più silenziosi ancora degli snob, mentre tutti festeggiano per finta la fine del mondo così come lo conoscevano i loro antenati (di cui un certo numero era troppo intento a dissodare zolle per alcuni aristocratici menefreghisti, per rendersi conto del 1861) Ma a quanto pare ce n'è un altro che è più sottocutaneo anche di quello dei tifosi della nazionale che ammortano le spese per le bandiere che accompagnarono la vittoria degli azzurri nell'estate 2006
I più preoccupanti restano una strana deformazione del primo gruppo. Il più ingente "aiuto da casa" che la classe politica al potere da noi abbia avuto. Le associazioni combattentistiche. Le quali hanno decorato la via più risorgimentale di cui disponiamo - Corso Vittorio Emanuele II - come se fosse né più e né meno la sede del fronte del sì in vista di un referendum per un'entrata in guerra. Vetrine di insospettabili pelletterie, come De Lucia, è come se avessero svolto un percorso identitario guerrafondaio, collocando accanto a delle pacifiche borsette, manichini in divisa armati di tutto punto, radiotrasmettitori e baionette compresi. Semplice eccesso di zelo o rigurgito fascista sottocutaneo? Quanto è distante questo al fatto che lo scorso Capodanno dei Popoli alle Cantelmo si intitolò: "Noi italiani"?
Ora ci direte che il risorgimentalismo del vicino è sempre più unitario. Che usiamo queste parole solo per invidia della giubba rossa. In realtà, quello che pensiamo è che 150 possono essere serviti anche alla conquista di poter risorgere individualmente, anche nel buio della propria cameretta. Risorgimento new-age? Risorgimento internet? A ciascuno la sua tipologia di stanza all'Hotel Risorgimento della memoria storica.
Per quanto esistano numerosi tipi di risorgimentalismo, sono tutti rappresentati egregiamente dalla sola classe dirigente della nostra piccola Lecce. Magari con un piccolo aiuto da casa da parte della nostra popolazione, sempre nostalgica di un grande passato che forse non ha comunque mai avuto, ma che è molto bello pensare di aver perso. C'è il risorgimentalismo più facile ed usato, che è quello retorico delle nostre istituzioni politiche egemoni, cioè quelle di centrodestra. Comune e Provincia, completamente privi di contenuti e sempre più anche orfani di forme (perlopiù per colpa del virus inoculato del berlusconismo), vanno a nozze - morganatiche - con dei simboli e dei concetti tanto più grandi di loro - come patria, bandiere, inni e libertà - che hanno per giunta la convenienza di ricordare tanto da vicino quelli che avrebbero dovuto rispettare e fare loro, se non fossero mai scesi a patti col berlusconismo, o se Gianfranco Fini non si fosse mai invaghito di Elisabetta Tulliani. Poi c'è il risorgimentalismo, di opposizione: che fa dell'antiretorica una retorica di segno opposto. Quello legittimamente atterrito per la deriva, per la perdita di autocontrollo da parte dei politici egemoni, di cui sopra. E che in occasione di quest'anno ha riconvertito, per i suoi messaggi forti (perlopiù di lotta a leggi ad personam e a meretriciocrazia), gli stessi simboli e lo stesso amor patrio rilucidati dal suo collega di maggioranza. Da qui le manifestazioni pro-costituzione, pur apprezzatissime e a tratti necessarie (soprattutto da porta San Biagio al Castello Carlo V), ma che a qualcuno sono somigliate troppo alle processioni patriottiche di fasce tricolori e divise da vigile urbano (come quella che è andata in onda lunedì 14 per le vie di Lecce). Solo, appunto, caricate di un'energia contraria.
Ancora, c'è il risorgimentalismo degli imprenditori, degli aristocratici non borbonici e degli snob di ogni ceto sociale. Di chi non gliene frega niente di niente, figuriamoci di Garibaldi ferito o di Mazzini esule. Oddio, forse gliene frega anche qualcosa - la sua passioncella per le bande musicali ce l'avrebbe pure. Per quelle bande musicali che fanno il loro dovere, che suonano una musica non pop (che sarebbe troppo, per una moglie radical chic), ma per una volta orecchiabile e sontuosa, ciascuno sul suo strumento e ciascuno a tempo. Ma va nascosta, come un tradimento alla sua personalissima messa in scena della retta via. Farsi scoprire da Liberrima con in mano - non dico un "Viva l'Italia di Aldo Cazzullo - ma anche solo un "Almanacco essenziale dell'Italia unita" di Carlo Fruttero e Massimo Mantellini", sarebbe il massimo sacrilegio. Loro fanno come quando si va su internet dal cellulare, per controllare che sta facendo il Lecce, durante un concerto domenicale di Beethoven in un ex monastero. Battono il tempo dalla Bmw, fermi al semaforo di via XXV Luglio, mentre passa la banda verso il Politeama. Questa terza categoria finisce per essere talmente presa dal dover dare l'impressione di non tenerci affatto all'Unità d'Italia - perdipiù dopo 150 anni suonati - che forse impiega più risorse, logistica e argomenti per evitare cortei o citazioni di Massimo D'Azeglio di quanti ne impiegherebbe a parlarne o a seguire semplicemente la fanfara dell'inno di Mameli coi tacchetti delle Tod's.
Dei neoborbonici tacciamo, almeno per rispetto. Sono listati a lutto: è oggi la loro versione del "giorno di dolore che uno ha". Più silenziosi ancora degli snob, mentre tutti festeggiano per finta la fine del mondo così come lo conoscevano i loro antenati (di cui un certo numero era troppo intento a dissodare zolle per alcuni aristocratici menefreghisti, per rendersi conto del 1861) Ma a quanto pare ce n'è un altro che è più sottocutaneo anche di quello dei tifosi della nazionale che ammortano le spese per le bandiere che accompagnarono la vittoria degli azzurri nell'estate 2006
I più preoccupanti restano una strana deformazione del primo gruppo. Il più ingente "aiuto da casa" che la classe politica al potere da noi abbia avuto. Le associazioni combattentistiche. Le quali hanno decorato la via più risorgimentale di cui disponiamo - Corso Vittorio Emanuele II - come se fosse né più e né meno la sede del fronte del sì in vista di un referendum per un'entrata in guerra. Vetrine di insospettabili pelletterie, come De Lucia, è come se avessero svolto un percorso identitario guerrafondaio, collocando accanto a delle pacifiche borsette, manichini in divisa armati di tutto punto, radiotrasmettitori e baionette compresi. Semplice eccesso di zelo o rigurgito fascista sottocutaneo? Quanto è distante questo al fatto che lo scorso Capodanno dei Popoli alle Cantelmo si intitolò: "Noi italiani"?
Ora ci direte che il risorgimentalismo del vicino è sempre più unitario. Che usiamo queste parole solo per invidia della giubba rossa. In realtà, quello che pensiamo è che 150 possono essere serviti anche alla conquista di poter risorgere individualmente, anche nel buio della propria cameretta. Risorgimento new-age? Risorgimento internet? A ciascuno la sua tipologia di stanza all'Hotel Risorgimento della memoria storica.
1 dicembre 2010
WikiLeaks alla salentina
In edicola con 20Centesimi
Oggi facciamo un gioco. Si chiama Fanta WikiLeaks alla salentina. Noi vi diamo una sorta di atout, poi voi continuate dove vi pare e quando vi pare. Si tratta di far finta che i superspioni di WikiLeaks sappiano che esista una regione storica chiamata Salento e che abbiano raccolto in un dossier supersegreto (fino ad ora) rapporti ufficiali ("embassy cables") di importanti diplomatici sui nostri esponenti politici locali. Se volete parteciparvi dalla pagina fan di 20Centesimi, che abbiamo aperto su Facebook anche per evenienze come questa, siete i benvenuti. Potete farlo tutti, grandi e piccini, politicanti o politicizzati, addetti ai lavori o semplici amatori. Ci vuole solo un po' di immaginazione ed essere stati almeno a una conferenza stampa a sfondo politico, fra Palazzo Carafa e Adorno. In alternativa, basta guardare anche distrattamente TeleRama. Guardare TeleRama con attenzione non solo non vi agevolerebbe nel gioco, ma potrebbe anche contribuire all'abbassamento delle vostre difese immunitarie.
E' inutile negarcelo a vicenda, sostenendo il contrario per una questione di orgoglio. Le rivelazioni su cosa ne pensano del nostro Premier i diplomatici americani, pubblicate da WikiLeaks, hanno deluso fortemente le nostre aspettative, quando abbiamo avuto l'annuncio dell'esistenza di siffatto materiale. In primo luogo, perché pensavamo che dei grand'uomini in forze alle ambasciate e ai consolati di una superpotenza anche culturale - personaggi destinati a condividere il desco col fior fiore dei salottieri europei - fossero in grado di produrre battute migliori su Silvio Berlusconi, rispetto a quanto non sappiamo già fare noi, o Umberto Bossi prima di ricredersi. In seconda analisi, una volta messo da parte lo humor, speravamo in materiale effettivamente scottante (sebbene la soglia dello scottante, nell'ultimo paio di anni, abituati come siamo alla qualità del tempo libero del nostro Primo Ministro, si sia inevitabilmente alzata). Insomma, saremmo tutti più falsi di Berlusconi quando dice di non sentirsi offeso dai materiali in questione, se ammettessimo di esserne stati completamente soddisfatti da quanto abbiamo letto sui quotidiani di ieri. Fanta WikiLeaks alla salentina serve anche a rifarci di questa situazione incresciosa.
"Fate attenzione, prima di tutto, all'unico maschio alpha dominante della politica salentina. Soprattutto da lui non accettate mai confidenze o consigli. Potrebbe facilmente suggerirvi sbagliato. Temetelo anche quando porta doni, anche se sono semplici cialde di caffè Valentino. Si chiama Adriana Poli Bortone e ha un nome da donna: un chiarissimo motivo in più per non fidarsi".
"Da un altro accettate pure quallo che vi offre, anche se difficilmente andrà oltre un caffè - almeno, espresso - al bar 300mila, dov'è di casa. Anche se ha l'aspetto di un omone troppo abbronzato per non essere stato addestrato al combattimento in chissà quale campo nordafricano, state tranquilli perché è completamente innocuo. Si fa chiamare Ugo Lisi e rientra nella categoria maschio omega".
"Un altro da cui vi dovete guardare è conosciuto col nome di Paolo Perrone. Una volta che cadrete nel tunnel della sua permalosità, siete diplomaticamente finiti, almeno a livello di quartiere Mazzini. Tutto comincia quando lo battete a tennis. Fate particolare attenzione a non vincere mai se avete bisogno di amnistia per le multe in centro. Ha solo un punto debole: l'assenza di una first lady degna di nota. Sarebbe il Sarkozy del Sud Italia, altrimenti, fighetto com'è. Nota bene: è famoso per essere convinto di essere il sindaco di Lecce".
"Il più pericoloso in un eventuale scontro corpo a corpo sembrerebbe un tale Eugenio Pisanò, convinto di essere il Presidente del Consiglio Comunale. Non sfigurerebbe vestito da gerarca di quello che qui in Italia hanno chiamato il fascismo. In realtà è un pezzo di pane".
"Nichi Vendola è un principino federiciano, colto e tutto compreso dal suo entourage, più poeta dei suoi poeti di corte".
"Al contrario Antonio Gabellone sembra provare particolare piacere a circondarsi di maleducati o piccoli medi incompetenti, come per un contrappasso rispetto alla sua proverbiale gentilezza. Consiglieremmo di provvedere con una squadra a sua immagine e somiglianza, a partire da un certo Angelo Sirsi, suo sosia, già sceso in politica per altro, assessore presso il Comune di Campi Salentina".
Oggi facciamo un gioco. Si chiama Fanta WikiLeaks alla salentina. Noi vi diamo una sorta di atout, poi voi continuate dove vi pare e quando vi pare. Si tratta di far finta che i superspioni di WikiLeaks sappiano che esista una regione storica chiamata Salento e che abbiano raccolto in un dossier supersegreto (fino ad ora) rapporti ufficiali ("embassy cables") di importanti diplomatici sui nostri esponenti politici locali. Se volete parteciparvi dalla pagina fan di 20Centesimi, che abbiamo aperto su Facebook anche per evenienze come questa, siete i benvenuti. Potete farlo tutti, grandi e piccini, politicanti o politicizzati, addetti ai lavori o semplici amatori. Ci vuole solo un po' di immaginazione ed essere stati almeno a una conferenza stampa a sfondo politico, fra Palazzo Carafa e Adorno. In alternativa, basta guardare anche distrattamente TeleRama. Guardare TeleRama con attenzione non solo non vi agevolerebbe nel gioco, ma potrebbe anche contribuire all'abbassamento delle vostre difese immunitarie.
E' inutile negarcelo a vicenda, sostenendo il contrario per una questione di orgoglio. Le rivelazioni su cosa ne pensano del nostro Premier i diplomatici americani, pubblicate da WikiLeaks, hanno deluso fortemente le nostre aspettative, quando abbiamo avuto l'annuncio dell'esistenza di siffatto materiale. In primo luogo, perché pensavamo che dei grand'uomini in forze alle ambasciate e ai consolati di una superpotenza anche culturale - personaggi destinati a condividere il desco col fior fiore dei salottieri europei - fossero in grado di produrre battute migliori su Silvio Berlusconi, rispetto a quanto non sappiamo già fare noi, o Umberto Bossi prima di ricredersi. In seconda analisi, una volta messo da parte lo humor, speravamo in materiale effettivamente scottante (sebbene la soglia dello scottante, nell'ultimo paio di anni, abituati come siamo alla qualità del tempo libero del nostro Primo Ministro, si sia inevitabilmente alzata). Insomma, saremmo tutti più falsi di Berlusconi quando dice di non sentirsi offeso dai materiali in questione, se ammettessimo di esserne stati completamente soddisfatti da quanto abbiamo letto sui quotidiani di ieri. Fanta WikiLeaks alla salentina serve anche a rifarci di questa situazione incresciosa.
"Fate attenzione, prima di tutto, all'unico maschio alpha dominante della politica salentina. Soprattutto da lui non accettate mai confidenze o consigli. Potrebbe facilmente suggerirvi sbagliato. Temetelo anche quando porta doni, anche se sono semplici cialde di caffè Valentino. Si chiama Adriana Poli Bortone e ha un nome da donna: un chiarissimo motivo in più per non fidarsi".
"Da un altro accettate pure quallo che vi offre, anche se difficilmente andrà oltre un caffè - almeno, espresso - al bar 300mila, dov'è di casa. Anche se ha l'aspetto di un omone troppo abbronzato per non essere stato addestrato al combattimento in chissà quale campo nordafricano, state tranquilli perché è completamente innocuo. Si fa chiamare Ugo Lisi e rientra nella categoria maschio omega".
"Un altro da cui vi dovete guardare è conosciuto col nome di Paolo Perrone. Una volta che cadrete nel tunnel della sua permalosità, siete diplomaticamente finiti, almeno a livello di quartiere Mazzini. Tutto comincia quando lo battete a tennis. Fate particolare attenzione a non vincere mai se avete bisogno di amnistia per le multe in centro. Ha solo un punto debole: l'assenza di una first lady degna di nota. Sarebbe il Sarkozy del Sud Italia, altrimenti, fighetto com'è. Nota bene: è famoso per essere convinto di essere il sindaco di Lecce".
"Il più pericoloso in un eventuale scontro corpo a corpo sembrerebbe un tale Eugenio Pisanò, convinto di essere il Presidente del Consiglio Comunale. Non sfigurerebbe vestito da gerarca di quello che qui in Italia hanno chiamato il fascismo. In realtà è un pezzo di pane".
"Nichi Vendola è un principino federiciano, colto e tutto compreso dal suo entourage, più poeta dei suoi poeti di corte".
"Al contrario Antonio Gabellone sembra provare particolare piacere a circondarsi di maleducati o piccoli medi incompetenti, come per un contrappasso rispetto alla sua proverbiale gentilezza. Consiglieremmo di provvedere con una squadra a sua immagine e somiglianza, a partire da un certo Angelo Sirsi, suo sosia, già sceso in politica per altro, assessore presso il Comune di Campi Salentina".
20 novembre 2010
Puglia Ribelle al gran completo
In edicola con 20CentesimiIeri è inaugurata una mostra fotografica che tutti i giovani di sinistra di Lecce dovrebbero vedere, se non l'hanno già vista e rivista negli scatoloni dei ricordi dei loro padri o dei loro nonni, a secondo di cosa intendiate per "giovani" e "di sinistra", naturalmente. La mostra - proposta dalle Officine Culturali Ergot di Piazzetta Falconieri - si chiama "Puglia Ribelle" e celebra in fotografie d'epoca i 40 anni dalla nascita del Circolo Lenin di Ceglie Messapica, momento cardine della formazione e della successiva scesa in campo (quando scendere in campo poteva significare anche manifestare per strada) dei ragazzi e delle ragazze che hanno fatto la storia del post-comunismo pugliese e salentino.
E' grande il piacere di rilassarsi leggendo le ricche didascalia della mostra, una volta realizzato chiaramente che, a differenza di tante occasioni di autorappresentazione post-comunistica dei giovani d'oggi (magari al vicino Zei), in cui l'ansia da prestazione di non apparire abbastanza compagno o dirigente è effettivamente tanta, da Ergot si può essere se stessi - qualunque cosa si sia o si sia stati. In altre parole, c'è forte tolleranza nei confronti del diversamente compagno. Certo, essere stato un piccolo grande vecchio delle lotte operaie o bracciantili locali, magari riconoscibile in almeno un paio di foto esposte, aiuta eccome, a sistemarsi in un bel posticino d'onore nella considerazione dell'austero cassiere, che parla ininterrottamente con un uomo dal cappello strano. Eppure, fra gli scaffali ben forniti di stampa alternativa o solo non vendibile, non troviamo solo titoli come il pur attraente "Introduzione alla Bioarchitettura Feng-Shui" ("con interviste esclusive a bioarchitetti"), ma anche mercanzia decisamente più commerciabile, come ad esempio un fumetto ispirato alla biografia del grande Rino Gaetano, che non avevamo visto in nessun altra libreria delle nostre parti. Non mancano, anzi, neppure voci di catalogo-anatema, che farebbero rivoltare nell'Eskimo qualunque membro del Circolo Lenin di Ceglie Messapica degno di questo nome, come l'impronunciabile ad alta voce - eppure candidameste esposto su un tavolino - "Il mondo di Coco Chanel" di Karen Karbo, che ci domandiamo come possa essere finito qui, mentre dalla cassa ci guardano malissimo, come essendosi accorti di cosa stiamo guardando, e come se tutto non fosse altro che un tremendo trabocchetto per sgamare al volo, fra i convenuti non strettamente habitué di questo spazio, chi ci è e chi ci fa. Alcuni, magari anche comunisti a due pugni alzati (come nell'indimenticabile Mario Brega di un film di Verdone), cercano pertanto di nascondere il più possibile una moglie collusa coi padroni, mentre lei posa il cappotto di cashmere su un porta abiti messo a disposizione dall'Ergot, già sospetto di per sé.
E' stata una bella inaugurazione, ieri. Forse pochi giovani fuori, ma in compenso era delizioso osservare la stratificazione di tutti questi ricordi nelle parole e nelle impressioni che i figli e i nipoti dei protagonisti di questa stagione di lotta politica non possono fare a meno di scambiarsi, mentre Si guarda una foto, si degusta un bicchiere di plastica, e ci si consola fra i ricordi di ribellione altrui, la vera ribellione che non torna, come non ne fanno più: le ribellioni che si dovrebbero clonare. Non si deve mai rispondere con lo sguardo - o con l'ostensione di alcuna reliquia anni '70 riadattata dalla sartina di fiducia - a qualcuno che ti squadra apertamente, con la faccia di uno che non voglia dire altro che: "Io sono più leninista di te". Piuttosto, strappa un sorriso l'incoscienza della bambina dalla pelle olivastra, che non ha alcun dubbio sul fatto che il suo nonno preferito - bellissimo, giovanissimo nella foto del quarto o quinto pannello - fosse più trotskista del tuo. Ma non te lo fa pesare e, anzi, ti chiede con dolcezza se il tuo, di nonno, non sia per caso quello che regge il megafono due pannelli più in là. Ironia della sorte, tuo nonno nel '71 era a giocare duro in qualche casinò municipale. Quindi, alla domanda, con un sorriso di circostanza stiamo zitti, e voi non dite niente al Gianni Turrisi in carne e baffi, che vi guarda bello come solo un giovane comunista vi sa guardare da una foto del '69 in bianco e nero fuori, ma con abbastanza colore dentro da riempire due o tre tavolozze dei ricordi. Fra tante emozioni, tenta di riportarci sulla terra il commento continuo - quasi una traccia audio extra di un dvd della memoria, come quelle che incidono i grandi registi dopo una rimasterizzazione di qualche loro capolavoro - di un addetto ai lavori del tempo che fu, che passeggia come noi fra le fotografie. Uno che, delle vicende rappresentate, vorrebbe mostrare di saperne più di tutti i presenti sotto i quarant'anni messi insieme: "Quista è l'unica manifestazione in cui c'eravamo tutti".
9 novembre 2010
Michele Emiliano, il comunicatore corsaro e semi-abusivo
In edicola con 20CentesimiSembra che ci siano solo due modi di usare Facebook efficacemente, da parte di un politico: quello subdolo e quello molto subdolo. Altro conto sono le assenze o le assenze di fatto dai social network: la tendenza alla Fitto, per intenderci; ma non ce ne vogliamo occupare questa volta.
Il primo modo di essere su Facebook e di esserci con profitto è quello più classico che si possa immaginare. L'atteggiamento alla Nichi Vendola, per citarne solo il caso più eclatante. Lo seguono, spontaneamente, in moltissimi, da prima ancora che Nichi o alcuna fabbrica di esso sbarcasse sulla piattaforma. Si tratta di esponenti di primo piano di grandi partiti come di piccoli consiglieri di comune non egemone. L'atteggiamento in questione consiste nel fingere, nel simulare di essere altro da sé, qualcuno che non si é. Beninteso, non è affatto necessario risultare qualcosa di molto lontano dalla realtà. In qualche caso basta semplicemente essere un po' più educati, più preparati, più democratici e più professionali di quello che non si è. In pratica, dei politici. Solo i fuoriclasse, come Vendola appunto è, riescono ad accorciare drasticamente il gap fra quello che sono o quello per cui sono percepiti nella realtà e quello che vogliono essere su Facebook. Questo primo modo per usare Facebook da parte di un politico professionista, che sia in odore di candidatura, che sia già in campagna o che sia a un governo o a un'opposizione, resta il meno rischioso e il più efficace.
Non è una pratica molto dissimile dal prolungare la dimensione comunicativa dell'addetto stampa, ma in un contesto stabilmente frequentato anche da chi ai comunicati stampa non può accedere. Quello che fanno questi politici una volta su Facebook non è neanche troppo dissimile da quello che svolge quotidianamente, con altrettanta dedizione e acceleratore schiacciato sulla finzione di sé, rispetto a un'altra categoria ben più vasta di utenti di Facebook: gli utenti di Facebook professionisti. Questo è la dimostrazione che Facebook ci ha reso progressivamente sempre più l'ufficio stampa scadente di noi stessi, cui vorremmo affidare temporaneamente solo il meglio della nostra vita, e cui finiamo per consegnare per sempre tutto il peggio di quello che siamo: delle persone che non si accettano e che si vogliono diverse. Sia rivolto ai politici come ai latin lover: non c'è una possibile bella copia di se stessi.
Così, ogni volta che a Emiliano viene in mente una boutade come si deve (l'ultima è quella che riguarda l'assessore Guglielmo Minervini, accusato da Emiliano, su Facebook, di abusare della sua auto blu: "Non sono come gli assessori regionali ai Trasporti, che parcheggiano in doppia fila davanti alla sede di via Re David"), la risposta è quasi certa: ("Lo stile non è acqua. Ma le risse non mi attraggono", ha postato poco dopo lo stesso Minervini"). Ed è anche quasi certe che il post diventerà notizia. Anzi, una doppia notizia. Un repost, in pratica. Una volta per i suoi contenuti impubblicabili altrove, una volta perché sono stati pubblicati su un mezzo moderno e à la page come Facebook. Insomma, Emiliano, come comunicatore corsaro e semi-abusivo, avrebbe da dare lezioni perfino a Berlusconi.
2 novembre 2010
Silvio e Nichi: fra i due litiganti gode Tiziano Ferro
In edicola con 20Centesimi
Sembra proprio che tutto il putiferio mediatico che le ultime dichiarazioni del Presidente del Consiglio italiano in materia di ricchionaggine hanno suscitato, e che lo avrebbero affossato presso più di una potente loggia dormiente in pigiama di seta, stiano finendo per beneficiare soprattutto due personaggi, appartenenti da qualche settimana alla stessa lobby, ma apparentemente distanti anni luce l'uno dall'altro per formazione, stile di vita e aspirazioni personali. Naturalmente, stiamo parlando di Tiziano Ferro - il cantautore neogay di Latina - e di Nichi Vendola, il politico praticante di lungo corso.
L'annuncio di Silvio Berlusconi, in verità, non ha sorpreso quasi nessuno. Men che meno i tipici frequentatori del Salone del Ciclo e del Motociclo di Milano-Rho, la location in cui le sue parole ancora riecheggiano: "Meglio guardare le ragazze che essere gay". Diciamo la verità, chi più e chi meno siamo tutti avidi appassionati dei b-movie hardcore in cui si è trasformata, da parecchi mesi, la stampa nazionale, e un po' ce lo aspettavano che il nostro uomo a Palazzo Chigi, se messo davanti a una scelta, pistola alla tempia, avrebbe preferito preferire le marocchine bone - sì, anche quelle che raccontano un po' di spacconate quando si tratta di dichiarare "a chi sono figlie" - alla tremenda minaccia fantasma rappresentata dall'omosessualità latente - che può coglierci tutti di sorpresa quando meno ce lo aspettiamo, con l'eccezione naturalmente dei tipici "topoi" del caso, come le saponette cadute negli spogliatoi di sport di squadra o i massaggi con olio Johnson in senso stretto.
Voi avete mai visto che gente gira a un Salone del Ciclo e del Motociclo di Milano-Rho? Se siete parecchio fortunati, ne conoscete il tipo migliore: il ceto impiegatizio della banlieu meneghina, quello dalla rateizzazione più veloce del Nord, quello che non mangia e non fa mangiare formaggini di marca per poter fare i 230 in tangenziale, con la sua Kawasaki verde, ogni volta che si può permettere la quantità di benzina - altrettanto verde - necessaria a farlo. Il peggiore non avete davvero bisogno di conoscerlo. Ora, Silvio Berlusconi è una macchina di consensi e se una cosa è in grado di fare - oltre a procurarsi il miglior tempo libero in circolazione dai tempi della romanità della decadenza - è dire alla gente quello che la gente vuole sentirsi dire. In particolare, riesce benissimo a dire alla gente di Milano-Rho quello che la gente di Milano-Rho vuole sentirsi dire. Non deve essere in alcun modo amletico neanche per loro cosa scegliere fra un week end di follie con una mulatta con mezzo albero genealogico da fuori e un ideale di vita passato a giocare alla cavallina in appartamenti dotati di carta da parati a pois riciclata. Eppure, la stampa nazionale, che non ha resistito a fare un caso per molto meno, non ha resistito neanche a porre la questione sul vero e proprio affronto: un attacco veemente ai diritti e alla dignità del popolo omosessuale. Dio, come si gode a fare l'avvocato del diavolo: chissà che non si avvicini a questa sensazione fare il Ghedini, con in più qualche milione di euro nel conto corrente. Il chiasso che ne è venuto fuori è stato senza precedenti, per una dichiarazione del Cavaliere che non riguardasse né i magistrati né i trans. Oppurtunamento corroborato da contributi video che, sia sulla home page del Corriere.it che su quella di Repubblica.it, hanno di certo fatto la differenza anche rispetto agli articoli online veri e propri. Centinaia di migliaia di click e due assisti di portata clamorosa. Uno, è naturalmente quello fatto a Vendola e alla sua più riuscita videolettera di sempre.
E' stata postata nelle prime ore del pomeriggio di ieri ed ha fatto subito il pieno dei link e dei commenti su Twitter e Facebook. Davvero espressioni come "il tempo delle barzellette è finito", "teatro della virilità", "titoli di coda malriusciti" sono destinate istantaneamente a passare alla storia della comunicazione politica in Italia. E' una delle prime volte che Vendola non è solo brillantissimo, ma è anche umano, ferito, quasi modesto. Il bello è che probabilmente questo assist non deriva neanche da uno di quelli errori opportunamente malcelati dal premier, uno di quelli in cui lascia trapelare i suoi messaggi più nefasti. E' probabile insomma che Berlusconi non volesse riferirsi direttamente al suo potenziale rivale, con le sue parole. Ma il fatto che Vendola sfrutti così bene tempistiche e strumenti, la dice lunga sulla decadenza del berlusconismo mediatico, e sull'affacciarsi di un nuovo sole almeno altrettanto paraculo.
E Tiziano Ferro che c'azzecca? Chiederete voi. Avete provato a vedere a chi fa riferimento il banner pubblicitario sta facendo manbassa di impressioni giusto sopra il logo testata del Corriere online?
Sembra proprio che tutto il putiferio mediatico che le ultime dichiarazioni del Presidente del Consiglio italiano in materia di ricchionaggine hanno suscitato, e che lo avrebbero affossato presso più di una potente loggia dormiente in pigiama di seta, stiano finendo per beneficiare soprattutto due personaggi, appartenenti da qualche settimana alla stessa lobby, ma apparentemente distanti anni luce l'uno dall'altro per formazione, stile di vita e aspirazioni personali. Naturalmente, stiamo parlando di Tiziano Ferro - il cantautore neogay di Latina - e di Nichi Vendola, il politico praticante di lungo corso.
L'annuncio di Silvio Berlusconi, in verità, non ha sorpreso quasi nessuno. Men che meno i tipici frequentatori del Salone del Ciclo e del Motociclo di Milano-Rho, la location in cui le sue parole ancora riecheggiano: "Meglio guardare le ragazze che essere gay". Diciamo la verità, chi più e chi meno siamo tutti avidi appassionati dei b-movie hardcore in cui si è trasformata, da parecchi mesi, la stampa nazionale, e un po' ce lo aspettavano che il nostro uomo a Palazzo Chigi, se messo davanti a una scelta, pistola alla tempia, avrebbe preferito preferire le marocchine bone - sì, anche quelle che raccontano un po' di spacconate quando si tratta di dichiarare "a chi sono figlie" - alla tremenda minaccia fantasma rappresentata dall'omosessualità latente - che può coglierci tutti di sorpresa quando meno ce lo aspettiamo, con l'eccezione naturalmente dei tipici "topoi" del caso, come le saponette cadute negli spogliatoi di sport di squadra o i massaggi con olio Johnson in senso stretto.
Voi avete mai visto che gente gira a un Salone del Ciclo e del Motociclo di Milano-Rho? Se siete parecchio fortunati, ne conoscete il tipo migliore: il ceto impiegatizio della banlieu meneghina, quello dalla rateizzazione più veloce del Nord, quello che non mangia e non fa mangiare formaggini di marca per poter fare i 230 in tangenziale, con la sua Kawasaki verde, ogni volta che si può permettere la quantità di benzina - altrettanto verde - necessaria a farlo. Il peggiore non avete davvero bisogno di conoscerlo. Ora, Silvio Berlusconi è una macchina di consensi e se una cosa è in grado di fare - oltre a procurarsi il miglior tempo libero in circolazione dai tempi della romanità della decadenza - è dire alla gente quello che la gente vuole sentirsi dire. In particolare, riesce benissimo a dire alla gente di Milano-Rho quello che la gente di Milano-Rho vuole sentirsi dire. Non deve essere in alcun modo amletico neanche per loro cosa scegliere fra un week end di follie con una mulatta con mezzo albero genealogico da fuori e un ideale di vita passato a giocare alla cavallina in appartamenti dotati di carta da parati a pois riciclata. Eppure, la stampa nazionale, che non ha resistito a fare un caso per molto meno, non ha resistito neanche a porre la questione sul vero e proprio affronto: un attacco veemente ai diritti e alla dignità del popolo omosessuale. Dio, come si gode a fare l'avvocato del diavolo: chissà che non si avvicini a questa sensazione fare il Ghedini, con in più qualche milione di euro nel conto corrente. Il chiasso che ne è venuto fuori è stato senza precedenti, per una dichiarazione del Cavaliere che non riguardasse né i magistrati né i trans. Oppurtunamento corroborato da contributi video che, sia sulla home page del Corriere.it che su quella di Repubblica.it, hanno di certo fatto la differenza anche rispetto agli articoli online veri e propri. Centinaia di migliaia di click e due assisti di portata clamorosa. Uno, è naturalmente quello fatto a Vendola e alla sua più riuscita videolettera di sempre.
E' stata postata nelle prime ore del pomeriggio di ieri ed ha fatto subito il pieno dei link e dei commenti su Twitter e Facebook. Davvero espressioni come "il tempo delle barzellette è finito", "teatro della virilità", "titoli di coda malriusciti" sono destinate istantaneamente a passare alla storia della comunicazione politica in Italia. E' una delle prime volte che Vendola non è solo brillantissimo, ma è anche umano, ferito, quasi modesto. Il bello è che probabilmente questo assist non deriva neanche da uno di quelli errori opportunamente malcelati dal premier, uno di quelli in cui lascia trapelare i suoi messaggi più nefasti. E' probabile insomma che Berlusconi non volesse riferirsi direttamente al suo potenziale rivale, con le sue parole. Ma il fatto che Vendola sfrutti così bene tempistiche e strumenti, la dice lunga sulla decadenza del berlusconismo mediatico, e sull'affacciarsi di un nuovo sole almeno altrettanto paraculo.
E Tiziano Ferro che c'azzecca? Chiederete voi. Avete provato a vedere a chi fa riferimento il banner pubblicitario sta facendo manbassa di impressioni giusto sopra il logo testata del Corriere online?
4 ottobre 2010
Discorso fu "Leffico Famigliare"
In edicola con 20Centesimi
Tradizionalmente, due cose sanno fare bene gli italiani di sinistra, quando non godono di particolari immunità parlamentari, né di piccoli grandi imperi editoriali: fare satira sulla destra e fare satira su se stessi. Cioè: su quel che di buono resta della sinistra italiana. E' a questi italici eredi di Sileno e di Marsia che dobbiamo le poche risate che riusciamo a strappare al nostro cuore, di questi tempi difficili: non scordiamolo mai. Dio solo sa se esisteranno mai dei satiri italiani di destra; e se la definizione stessa di satiro potrà mai essere compatibile con una sola delle caratteristiche (o delle lacune) culturali, linguistiche, comportamentali della parte del nostro "Popolo" che propende per le "Libertà". E chissà se questa incapacità congenita di fare satira sia più uno dei limiti del Pdl nella corsa all'onnipotenza, o più uno dei motivi del suo "relativo" successo.
In ogni caso, resta da augurarsi, visti i brillanti risultati ottenuti, che lo stesso Dio non voglia mai che l'ingegno o il pane abbandonino mai i nostri satiri di sinistra - neppure nel momento della primaria più dolorosa, neppure al termine della diatriba a Ballarò più stravinta. Neppure, ci sia consentito dire, davanti al successo e alle ulteriori prospettive di un politico di sinistra vincente come Nichi Vendola è sempre stato. Nel caso di Vendola, la satira è sempre stata divisa. Chiunque è in grado di satirizzare, almeno col pensiero, un politico semplicemente brillante ma distante, aulico come è stato Massimo D'Alema. Molti sanno concepire sfottò sui temi sacri a Romano Prodi e alla bolognesità che ha rappresentato, accademica del sapere quanto del gusto, lenta ma inesorabile nel fornire le sue chiavi di lettura del mondo (se ce ne sono). Ma pochi, tranne giusto il geniale Checco Zalone dei primordi televisivi (su TeleNorba, e parliamo di ere politiche fa), sono riusciti a satireggiare efficacemente sul nostro attuale bimandatario governatore regionale. Fino ad ora.
Il perché di questo è molto semplice. Vendola, nonostante il suo enorme acume dialettico e la sua miracolosa capacità di raccogliere consensi, è sempre stato troppo apparentemente "debole" per essere oggetto di una satira davvero divertente. Ha troppi difetti di pronuncia, troppi tic verbali e stilistici, troppe anomalie politiche per poter essere colpito da un comico senza dare l'impressione - bene che andasse - di fare battute troppo facili o di sparare sulla Croce Fucsia.
Con il secondo successo alla regionali le cose hanno cominciato a cambiare. Ma era bastato l'annuncio della sua ricandidatura a far sì che programmi televisivi satirici di primo piano nazionale (vedi Maurizio Crozza) prendessero la dialettica vendoliana e la sottoponessero finalmente al vaglio dell'unico modo di fare critica e, al tempo stesso, di esprimere stima che i satiri conoscono: coglionare. Senza che detta dialettica, naturalmente, non solo non ne uscisse particolarmente intaccata, ma anzi fosse rafforzata nella sua straordinaria iconicità.
Quello che ha stravolto tutto è stato l'annuncio di Vendola a scendere in campo come possibile candidato premier alla prossime politiche. Ora non più solo i capocomici delle emittenti televisive libere, ma anche i più umili guitti di YouTube hanno cominciato a prendere di mira - con più o meno seguito, con più o meno bravura - l'eloquio vendoliano: sempre troppo forbito, troppo ansioso di essere apprezzato (come un scolaro bravissimo alle interrogazione, ma tanto desideroso di essere apprezzato anche a tavola, dai familiari). Ancora una volta, ma più di tutte le altre volte, questa satirizzazione ha significato, da una parte, visibilità; dall'altra, anche un certo minimo risentimento (soprattutto dei piccoli, soprattutto dei pugliesi, soprattutto dei puri) davanti al cambio di rotta dei progetti di Vendola per il suo futuro.
Chi è riuscito a mettere insieme tutte queste osservazioni e critiche più o meno velate meglio di tutti gli altri satiri è stato Paolo Cosseddu (popolino.splinder.com), uno strano sardo che, pare, risieda nientemeno che a Biella. Il suo blog - "Popolino", che riproduce il font del più famoso settimanale a fumetti per ragazzi - ospita da qualche giorno un post dedicato proprio a Vendola, dal titolo: "Leffico famigliare". Il tono è quello di un dialogo filosofico che ha per protagonisti Nichi, Fratello, Madre e Padre. Il pezzo fa centro perché descrive le difficoltà di Nichi bambino ad ottenere attenzioni e pietanze calde finanche da una madre che lo partorì "nel gelido addiaccio di una notte illuminata da una ftella folitaria"; mentre il fratello, più sintetico ed essenziale nel formulare le sue richieste, riesce a spuntarla su tutto. Dove fa ancora più centro, però, è nella componenete cattocomunistica del tutto: da quella "ftella", infatti, parte un discorso cristologico che culmina nell'immancabile "Chi fa la fpia non è figlio di Maria, non è figlio di Gefù e quando muore va laggiù" - "Laggiù dove?" - " A Brindifi".
Tradizionalmente, due cose sanno fare bene gli italiani di sinistra, quando non godono di particolari immunità parlamentari, né di piccoli grandi imperi editoriali: fare satira sulla destra e fare satira su se stessi. Cioè: su quel che di buono resta della sinistra italiana. E' a questi italici eredi di Sileno e di Marsia che dobbiamo le poche risate che riusciamo a strappare al nostro cuore, di questi tempi difficili: non scordiamolo mai. Dio solo sa se esisteranno mai dei satiri italiani di destra; e se la definizione stessa di satiro potrà mai essere compatibile con una sola delle caratteristiche (o delle lacune) culturali, linguistiche, comportamentali della parte del nostro "Popolo" che propende per le "Libertà". E chissà se questa incapacità congenita di fare satira sia più uno dei limiti del Pdl nella corsa all'onnipotenza, o più uno dei motivi del suo "relativo" successo.
In ogni caso, resta da augurarsi, visti i brillanti risultati ottenuti, che lo stesso Dio non voglia mai che l'ingegno o il pane abbandonino mai i nostri satiri di sinistra - neppure nel momento della primaria più dolorosa, neppure al termine della diatriba a Ballarò più stravinta. Neppure, ci sia consentito dire, davanti al successo e alle ulteriori prospettive di un politico di sinistra vincente come Nichi Vendola è sempre stato. Nel caso di Vendola, la satira è sempre stata divisa. Chiunque è in grado di satirizzare, almeno col pensiero, un politico semplicemente brillante ma distante, aulico come è stato Massimo D'Alema. Molti sanno concepire sfottò sui temi sacri a Romano Prodi e alla bolognesità che ha rappresentato, accademica del sapere quanto del gusto, lenta ma inesorabile nel fornire le sue chiavi di lettura del mondo (se ce ne sono). Ma pochi, tranne giusto il geniale Checco Zalone dei primordi televisivi (su TeleNorba, e parliamo di ere politiche fa), sono riusciti a satireggiare efficacemente sul nostro attuale bimandatario governatore regionale. Fino ad ora.
Il perché di questo è molto semplice. Vendola, nonostante il suo enorme acume dialettico e la sua miracolosa capacità di raccogliere consensi, è sempre stato troppo apparentemente "debole" per essere oggetto di una satira davvero divertente. Ha troppi difetti di pronuncia, troppi tic verbali e stilistici, troppe anomalie politiche per poter essere colpito da un comico senza dare l'impressione - bene che andasse - di fare battute troppo facili o di sparare sulla Croce Fucsia.
Con il secondo successo alla regionali le cose hanno cominciato a cambiare. Ma era bastato l'annuncio della sua ricandidatura a far sì che programmi televisivi satirici di primo piano nazionale (vedi Maurizio Crozza) prendessero la dialettica vendoliana e la sottoponessero finalmente al vaglio dell'unico modo di fare critica e, al tempo stesso, di esprimere stima che i satiri conoscono: coglionare. Senza che detta dialettica, naturalmente, non solo non ne uscisse particolarmente intaccata, ma anzi fosse rafforzata nella sua straordinaria iconicità.
Quello che ha stravolto tutto è stato l'annuncio di Vendola a scendere in campo come possibile candidato premier alla prossime politiche. Ora non più solo i capocomici delle emittenti televisive libere, ma anche i più umili guitti di YouTube hanno cominciato a prendere di mira - con più o meno seguito, con più o meno bravura - l'eloquio vendoliano: sempre troppo forbito, troppo ansioso di essere apprezzato (come un scolaro bravissimo alle interrogazione, ma tanto desideroso di essere apprezzato anche a tavola, dai familiari). Ancora una volta, ma più di tutte le altre volte, questa satirizzazione ha significato, da una parte, visibilità; dall'altra, anche un certo minimo risentimento (soprattutto dei piccoli, soprattutto dei pugliesi, soprattutto dei puri) davanti al cambio di rotta dei progetti di Vendola per il suo futuro.
Chi è riuscito a mettere insieme tutte queste osservazioni e critiche più o meno velate meglio di tutti gli altri satiri è stato Paolo Cosseddu (popolino.splinder.com), uno strano sardo che, pare, risieda nientemeno che a Biella. Il suo blog - "Popolino", che riproduce il font del più famoso settimanale a fumetti per ragazzi - ospita da qualche giorno un post dedicato proprio a Vendola, dal titolo: "Leffico famigliare". Il tono è quello di un dialogo filosofico che ha per protagonisti Nichi, Fratello, Madre e Padre. Il pezzo fa centro perché descrive le difficoltà di Nichi bambino ad ottenere attenzioni e pietanze calde finanche da una madre che lo partorì "nel gelido addiaccio di una notte illuminata da una ftella folitaria"; mentre il fratello, più sintetico ed essenziale nel formulare le sue richieste, riesce a spuntarla su tutto. Dove fa ancora più centro, però, è nella componenete cattocomunistica del tutto: da quella "ftella", infatti, parte un discorso cristologico che culmina nell'immancabile "Chi fa la fpia non è figlio di Maria, non è figlio di Gefù e quando muore va laggiù" - "Laggiù dove?" - " A Brindifi".
28 settembre 2010
Tutti a Lecce per fare la Festa alla Polizia
In edicola con 20Centesimi
Sebbene possa sembrare incredibile, in una città in cui la figura del poliziotto di quartiere ha sempre avuto poco senso (giacché è già da tempo consolidata quella del poliziotto di condominio); nella serata di ieri la presenza delle forze di Polizia per le vie di Lecce è stata ancora più gaia e massiccia del solito.
Anche a distanza di centinaia di metri dai due punti focali della Festa Nazionale della Polizia (piazza Duomo e il Castello Carlo V), le camionette erano tantissime e l'atmosfera generale - fra moltitudini di poliziotte in gonna e di altri veicoli storici in bella mostra - era molto serena e festosa. Talmente serena e festosa che perfino in via Trinchese, in cui diversi agenti in tradizionale atteggiamento antisommossa erano fermi all'altezza del Teatro Apollo, la gente che, altrettanto tradizionalmente, ne avrebbe temuto anche un cenno di saluto, ieri sera tendeva felice le mani verso quegli scudi trasparenti. Senza sospettare minimamente che, in realtà, quegli agenti erano davvero antisommossa.
La Festa della Polizia è un rito itinerante da diversi anni. Questo è l'anno di Lecce e tutto è stato organizzato alla perfezione. Si celebra San Michele Arcangelo, il protettore della Polizia, che decora le pareti delle migliori questure italiane sottoforma di uno spirito del bene che infilza - con una spada ben affilata in una mano, e una bilancia nell'altra - un diavolone che non vi dico.
Gli stand di piazza Sant'Oronzo risplendono già da domenica di autorità, velocità e vari gadget (preferibilmente color blu). Ma il bello veniva ieri: alle 18 la benedizione impartita dall'Arcivescovo di Lecce Domenico D'Ambrosio, nel corso di una messa solenne che ha visto la partecipazione del ministro leghista dell'Interno Roberto Maroni; nonché quella del Capo della Polizia dal cognome più esplicativo di sempre: Antonio Manganelli. Non mancava neanche un leccese d'eccezione: Alfredo Mantovano, sottosegretario nello stesso ministero di Maroni.
Le parole pronunciate da Manganelli, nell'occasione dell'incontro coi cittadini di Lecce, avvenuto poco prima della funzione, sono state inequivocabili: "Queste sono occasioni di incontro che ci permettono di ricordare le quotidiane soddisfazioni, i successi, le gioie, e anche i dolori profondi che vive un'istituzione complessa come la nostra, fatta da oltre 100 mila persone che sono quotidianamente esposte al pericolo. Perciò amo dire che queste non sono feste, ma occasioni di incontro".
Al termine della cerimonia religiosa, ecco quella civile, ancora più partecipata, della traslazione dei corpi del ministro e delle centinaia di cariche dello Stato presenti (sindaci e principali assessori di qualunque paese della Provincia di Lecce, Brindisi e Taranto, inclusi). La quale traslazione avviene, per forza di cose, in maniera del tutto autonoma e semovente; salvo essere seguita a passo d'uomo da una serie di autoblu che, nell'occasione, molti monelli di strada, ormai anziani, hanno inavvertitamente scambiato per "li funerali di qualche personaggio importante della televisione". Non si era mai visto, all'altezza dell'immane ingorgo creatosi all'incrocio fra via Trinchese e via XXV Luglio, un tale spettacolo di uniformi e divise. Quelle, più sobrie, degli alti funzionari di Polizia erano accompagnate da quelle multicolore degli ufficiali di Marina, dell'Esercito e dell'Aviazione. Neanche un bambino al di sopra dei 12 anni di età, in quei fatidici momenti in cui il corteo faceva il suo ingresso nell'antico Castello di Carlo V, sognava altro futuro se non nelle Forze dell'Ordine, per sé e per i suoi amichetti del cuore (che, nel frattempo, si azzuffavano per un McFlurry qualche metro più in là).
I più composti, una volta tanto, sono senza dubbio i giornalisti. Capeggiati dall'ottimo ed elegantissimo Marcello Favale.
In ogni caso, al di là delle considerazioni che, certamente, i meno sensibili al problema della pubblica sicurezza potranno fare sull'evento di ieri, quello che conta è che sempre più Lecce si sa distinguere e ormai anche celebrare nel ruolo di città sede di eventi e di iniziative di livello nazionale.
Per tutto il resto, per quello che è avvenuto alle 21 all'interno del Castello (ovvero il conferimento del Premio San Michele a chi si sia distinto per "coraggio, altruismo, solidarietà e legalità"), ci sarà una differita targata Rai e condotta da Paola Saluzzi e Fabrizio Frizzi.
Sebbene possa sembrare incredibile, in una città in cui la figura del poliziotto di quartiere ha sempre avuto poco senso (giacché è già da tempo consolidata quella del poliziotto di condominio); nella serata di ieri la presenza delle forze di Polizia per le vie di Lecce è stata ancora più gaia e massiccia del solito.
Anche a distanza di centinaia di metri dai due punti focali della Festa Nazionale della Polizia (piazza Duomo e il Castello Carlo V), le camionette erano tantissime e l'atmosfera generale - fra moltitudini di poliziotte in gonna e di altri veicoli storici in bella mostra - era molto serena e festosa. Talmente serena e festosa che perfino in via Trinchese, in cui diversi agenti in tradizionale atteggiamento antisommossa erano fermi all'altezza del Teatro Apollo, la gente che, altrettanto tradizionalmente, ne avrebbe temuto anche un cenno di saluto, ieri sera tendeva felice le mani verso quegli scudi trasparenti. Senza sospettare minimamente che, in realtà, quegli agenti erano davvero antisommossa.
La Festa della Polizia è un rito itinerante da diversi anni. Questo è l'anno di Lecce e tutto è stato organizzato alla perfezione. Si celebra San Michele Arcangelo, il protettore della Polizia, che decora le pareti delle migliori questure italiane sottoforma di uno spirito del bene che infilza - con una spada ben affilata in una mano, e una bilancia nell'altra - un diavolone che non vi dico.
Gli stand di piazza Sant'Oronzo risplendono già da domenica di autorità, velocità e vari gadget (preferibilmente color blu). Ma il bello veniva ieri: alle 18 la benedizione impartita dall'Arcivescovo di Lecce Domenico D'Ambrosio, nel corso di una messa solenne che ha visto la partecipazione del ministro leghista dell'Interno Roberto Maroni; nonché quella del Capo della Polizia dal cognome più esplicativo di sempre: Antonio Manganelli. Non mancava neanche un leccese d'eccezione: Alfredo Mantovano, sottosegretario nello stesso ministero di Maroni.
Le parole pronunciate da Manganelli, nell'occasione dell'incontro coi cittadini di Lecce, avvenuto poco prima della funzione, sono state inequivocabili: "Queste sono occasioni di incontro che ci permettono di ricordare le quotidiane soddisfazioni, i successi, le gioie, e anche i dolori profondi che vive un'istituzione complessa come la nostra, fatta da oltre 100 mila persone che sono quotidianamente esposte al pericolo. Perciò amo dire che queste non sono feste, ma occasioni di incontro".
Al termine della cerimonia religiosa, ecco quella civile, ancora più partecipata, della traslazione dei corpi del ministro e delle centinaia di cariche dello Stato presenti (sindaci e principali assessori di qualunque paese della Provincia di Lecce, Brindisi e Taranto, inclusi). La quale traslazione avviene, per forza di cose, in maniera del tutto autonoma e semovente; salvo essere seguita a passo d'uomo da una serie di autoblu che, nell'occasione, molti monelli di strada, ormai anziani, hanno inavvertitamente scambiato per "li funerali di qualche personaggio importante della televisione". Non si era mai visto, all'altezza dell'immane ingorgo creatosi all'incrocio fra via Trinchese e via XXV Luglio, un tale spettacolo di uniformi e divise. Quelle, più sobrie, degli alti funzionari di Polizia erano accompagnate da quelle multicolore degli ufficiali di Marina, dell'Esercito e dell'Aviazione. Neanche un bambino al di sopra dei 12 anni di età, in quei fatidici momenti in cui il corteo faceva il suo ingresso nell'antico Castello di Carlo V, sognava altro futuro se non nelle Forze dell'Ordine, per sé e per i suoi amichetti del cuore (che, nel frattempo, si azzuffavano per un McFlurry qualche metro più in là).
I più composti, una volta tanto, sono senza dubbio i giornalisti. Capeggiati dall'ottimo ed elegantissimo Marcello Favale.
In ogni caso, al di là delle considerazioni che, certamente, i meno sensibili al problema della pubblica sicurezza potranno fare sull'evento di ieri, quello che conta è che sempre più Lecce si sa distinguere e ormai anche celebrare nel ruolo di città sede di eventi e di iniziative di livello nazionale.
Per tutto il resto, per quello che è avvenuto alle 21 all'interno del Castello (ovvero il conferimento del Premio San Michele a chi si sia distinto per "coraggio, altruismo, solidarietà e legalità"), ci sarà una differita targata Rai e condotta da Paola Saluzzi e Fabrizio Frizzi.
21 settembre 2010
Lo schifo al Conflitto Palmieri
In edicola con 20Centesimi
Tutto cominciò questo luglio, quando si aprì - con un bel successo di pubblico, al tempo stesso colto e popolaresco - la mostra dei due Caravaggio. La Provincia di Lecce, nella persona del suo raggiante assessore alla Cultura, Simona Manca, ambientò in quello che resta del convento di San Francesco della Scarpa l'enigma storico-artistico dell'attribuzione di due tavole che, per tutta l'estate, si sono guardate in cagnesco, da un lato all'altro della navata maggiore. La gente affluiva perfino di giorno, in pausa pranzo, per dire la sua su un problema cui neanche i massimi esperti del pittore lombardo - nè i più scaltri assicuratori laziali - sono riusciti a venire a capo. Cionondimeno si gridò al miracolo, perché i propilei neoclassici dell'ex Convitto Palmieri, costruiti intorno alla vecchia struttura francescana, da grigi e incolori che era stati per decenni - da quando i più deamicisiani dei leccesi anni '40 smisero di frequentarla come scuola - improvvisamente acquistarono nuova linfa vitale, insieme con una discreta dose di fumo passivo da cannabis, che del resto pare che non abbia mai fatto male ai talenti versati nel campo dell'arte. Complice un orario di apertura molto elastico (fino a dopocena il weekend), la piazza del Convitto cominciò, progressivamente, ad assumere le inusitate fattezze di un piccolo Campo de' Fiori salentino, in cui i meno "localari" dei locali si mischiavano con i meno turistici dei turisti di passaggio; giovani avvocati di centrosinistra trasportavano lì chitarra ed amplificatori, e si esibivano in improvvisazioni che tutti gradivano e molti ballavano; i baristi dei paraggi esultavano all'idea che non fosse più necessario affogare nelle proprie stesse birre lager da un euro i tanti dispiaceri di interi sabati sera trascorsi a contare i cocktail da 8 euro per cui il bel mondo faceva la fila, cinquanta metri più in là, al Cagliostro.
Oggi, e siamo solo al 22 si settembre, è un compito particolarmente ingrato, ma è anche un dovere degli osservatori del costume della società, giocare a trovare le differenze fra questa armonica età dell'oro del rinnovato Convitto, e lo spettacolo che è possibile vederne rappresentato, distanza di poco più di due mesi da questo inatteso exploit.
Gli scalini al di sotto delle colonne in pietra, poco ci manca che non producano cascatelle di urina mista cane-padrone. A luglio erano la platea naturale di quello che accadeva al centro; ora non sono altro che un enorme vespasiano interraziale, coronato al centro da un Giosuè Carducci che non ha conosciuto "Odi barbare" peggiori. Lo spazio un tempo occupato da giovani tedesche, corse a Lecce per imparare la pizzica e due tre altri trucchi, ora è una distesa di fattone che neanche il loro cane personale riesce a tenere al guinzaglio.
Chi, solo, prolifera indisturbato sono i piccoli e medi pusher e il baretto dei pressi, di cui sopra, un tempo noto solo per le birre da un euro. Ora, che ha diversificato, offre anche i mojito da 3 euro, tremendamente con limone al posto del lime. Qua e là un focolaio di rissa viene sedato solo per la tempestività di una corsa al gabinetto che, per fortuna, dista pochissimo dal luogo dello scontro appena scampato.
Il resto è la rappresentazione più grafica possibile dei conflitti di responsabilità della politica che, invece di reinstallare altrove questo "tableau vivant" di rifiuti, fa solo scarica barile (ancora pare che Comune e Provincia dibattano l'attribuzione, non più di dipinti secenteschi, ma dei rigagnoli marroncini che passano per questo o quel tratto di marciapiede.
Non vogliamo e non dobbiamo pensare che piazzetta Carducci potesse essere preferibile quando era il parcheggio selvaggio per le Audi rateizzate dei fighetti notturni. Ma ho visto coi miei occhi ex membri di autentici collettivi studenteschi a sinistra della sinistra generare le prime espressioni di qualcosa che avevo mai visto, e non avrei mai voluto vedere nei loro sguardi, di norma carichi di odio solo per i napoletani ricchi o Laura Pausini: il germe della prima intolleranza. C'è sempre la prima volta, per tutto. Eppure speriamo che presto possa essere chiudersi l'ultimo sipario davanti a una corte dei miracoli che i nostri miracolati della politica - nessuno escluso - non possono fare durare ancora a lungo. A meno che davvero non vogliano che avvenga l'irreparabile: un punkabbestia da due generazioni (di cani) che davvero chiami la Polizia.
Tutto cominciò questo luglio, quando si aprì - con un bel successo di pubblico, al tempo stesso colto e popolaresco - la mostra dei due Caravaggio. La Provincia di Lecce, nella persona del suo raggiante assessore alla Cultura, Simona Manca, ambientò in quello che resta del convento di San Francesco della Scarpa l'enigma storico-artistico dell'attribuzione di due tavole che, per tutta l'estate, si sono guardate in cagnesco, da un lato all'altro della navata maggiore. La gente affluiva perfino di giorno, in pausa pranzo, per dire la sua su un problema cui neanche i massimi esperti del pittore lombardo - nè i più scaltri assicuratori laziali - sono riusciti a venire a capo. Cionondimeno si gridò al miracolo, perché i propilei neoclassici dell'ex Convitto Palmieri, costruiti intorno alla vecchia struttura francescana, da grigi e incolori che era stati per decenni - da quando i più deamicisiani dei leccesi anni '40 smisero di frequentarla come scuola - improvvisamente acquistarono nuova linfa vitale, insieme con una discreta dose di fumo passivo da cannabis, che del resto pare che non abbia mai fatto male ai talenti versati nel campo dell'arte. Complice un orario di apertura molto elastico (fino a dopocena il weekend), la piazza del Convitto cominciò, progressivamente, ad assumere le inusitate fattezze di un piccolo Campo de' Fiori salentino, in cui i meno "localari" dei locali si mischiavano con i meno turistici dei turisti di passaggio; giovani avvocati di centrosinistra trasportavano lì chitarra ed amplificatori, e si esibivano in improvvisazioni che tutti gradivano e molti ballavano; i baristi dei paraggi esultavano all'idea che non fosse più necessario affogare nelle proprie stesse birre lager da un euro i tanti dispiaceri di interi sabati sera trascorsi a contare i cocktail da 8 euro per cui il bel mondo faceva la fila, cinquanta metri più in là, al Cagliostro.
Oggi, e siamo solo al 22 si settembre, è un compito particolarmente ingrato, ma è anche un dovere degli osservatori del costume della società, giocare a trovare le differenze fra questa armonica età dell'oro del rinnovato Convitto, e lo spettacolo che è possibile vederne rappresentato, distanza di poco più di due mesi da questo inatteso exploit.
Gli scalini al di sotto delle colonne in pietra, poco ci manca che non producano cascatelle di urina mista cane-padrone. A luglio erano la platea naturale di quello che accadeva al centro; ora non sono altro che un enorme vespasiano interraziale, coronato al centro da un Giosuè Carducci che non ha conosciuto "Odi barbare" peggiori. Lo spazio un tempo occupato da giovani tedesche, corse a Lecce per imparare la pizzica e due tre altri trucchi, ora è una distesa di fattone che neanche il loro cane personale riesce a tenere al guinzaglio.
Chi, solo, prolifera indisturbato sono i piccoli e medi pusher e il baretto dei pressi, di cui sopra, un tempo noto solo per le birre da un euro. Ora, che ha diversificato, offre anche i mojito da 3 euro, tremendamente con limone al posto del lime. Qua e là un focolaio di rissa viene sedato solo per la tempestività di una corsa al gabinetto che, per fortuna, dista pochissimo dal luogo dello scontro appena scampato.
Il resto è la rappresentazione più grafica possibile dei conflitti di responsabilità della politica che, invece di reinstallare altrove questo "tableau vivant" di rifiuti, fa solo scarica barile (ancora pare che Comune e Provincia dibattano l'attribuzione, non più di dipinti secenteschi, ma dei rigagnoli marroncini che passano per questo o quel tratto di marciapiede.
Non vogliamo e non dobbiamo pensare che piazzetta Carducci potesse essere preferibile quando era il parcheggio selvaggio per le Audi rateizzate dei fighetti notturni. Ma ho visto coi miei occhi ex membri di autentici collettivi studenteschi a sinistra della sinistra generare le prime espressioni di qualcosa che avevo mai visto, e non avrei mai voluto vedere nei loro sguardi, di norma carichi di odio solo per i napoletani ricchi o Laura Pausini: il germe della prima intolleranza. C'è sempre la prima volta, per tutto. Eppure speriamo che presto possa essere chiudersi l'ultimo sipario davanti a una corte dei miracoli che i nostri miracolati della politica - nessuno escluso - non possono fare durare ancora a lungo. A meno che davvero non vogliano che avvenga l'irreparabile: un punkabbestia da due generazioni (di cani) che davvero chiami la Polizia.
28 gennaio 2010
Vendola ovvero il Berlusconi di sinistra
[In edicola con l'Osservatorio].
Incassato lo straordinario risultato delle primarie pugliesi, che l’ha reso di nuovo protagonista delle peggiori trasmissioni televisive di prima e seconda serata nazionale, Nichi Vendola, il nostro Nichi Vendola, vede aprirsi davanti a sé una vecchia ma entusiasmante avventura: essere l’unico uomo di sinistra di successo italiano.
Un copione già scritto, almeno a livello locale. Ma, a farci caso, a guardare con più attenzione il Presidente uscente della Puglia, in una qualsiasi delle tante occasioni mediatiche che vi offre, vi accorgereste che una sottotraccia di cambiamento in lui si intravede eccome, questa volta. Nulla che faccia intendere chissà quale ribaltone comunicativo, o rivoluzione copernicana dei costumi, non sia mai: giusto i primi, incerti passi di una mutazione genetica. Ma una mutazione genetica che solo dei disfattisti potrebbero non accogliere come una flebile, eppur concreta speranza per tanti elettori italiani di sinistra. Che forse con Vendola potrebbero non essere più tanto lontani da un ultimo, definitivo turamento di naso, teso finalmente verso un mondo migliore.
Considerate qualche elemento, raccolto qua e là, su e giù per alcuni dei tanti media Diventa sempre più difficile sentire la gente parlare di Vendola, se non chiamandolo Nichi. Se non bastasse, fate attenzione a come Nichi, dal canto suo, si riferisce alla gente. La chiama “popolo”. Lo dirà affettuosamente, lo dirà coscienziosamente. Un conto è sentire questa parola provenire dalla sua pronuncia nordpugliese resa tenera e rasserenante da una certa zeppola e una grossa cultura, un conto è sentirla da Giulio Tremonti. Ma il popolo resta sempre il popolo: lì, nel suo habitat: “fenomenali poteri cosmici, in minuscolo spazio vitale”.
Ancora, fate attenzione al modo raffinatissimo con cui Nichi non risponde ai rimbrotti che gli rivolgono in televisione i suoi avversari. Il capolavoro è avvenuto da Vespa, durante la puntata del day after le primarie, scagliando solo irriverente e quasi divertito silenzio contro lo sbraitare qualunquista ma fascistello di Ignazio La Russa in persona. C’è solo un altro politico italiano che riesce a non rispondere agli interlocutori in questo modo, e forse in questo momento è un po’ più preoccupato.
Anche una delle più odiose usanze dei berluscones, seconda solo all’essere Maurizio Gasparri tout court, e cioè avere un suggeritore ufficiale da Ballarò, è stata sposata in pieno da Nichi. Certo, con un po’ di differenze: lungi dall’accompagnarsi da uno dei soliti energumeni che sostengono la dialettica delle Brambilla e delle Carfagna (veri e propri buttafuori del pensiero), Vendola ha con sé un raffinato tipetto orientalieggiante, dotato di foulard impaillettato d’ordinanza.
Nichi, il nostro Presidente, sta diventando il nuovo Silvio di sinistra. Come se ce ne fosse mai stato uno, come se ce ne fosse mai potuto essere uno, strilleranno gli antidalemiani. Mi correggo: Nichi sta diventando “il” Silvio di sinistra: il primo e unico che sia sia conosciuto. Dire che quando scrivo “Silvio di sinistra” io intenda, come si suol dire, in senso buono, è talmente sottinteso che non mi degno neanche di affrontare la questione. Dico solo che Nichi è il Silvio di sinistra che tutti vorremmo avere come figlio e nessuno come padre, per un’ovvia questione di dividendi, ça va sans dire.
In vista delle sue seconde elezioni regionali, Nichi comincia a delineare più chiaramente la sua sottile trama di rinnovamento e potenziamento d’immagine. Si pone più corporale, più sudaticcio, più tangibile che mai. Più tangibile, forse, ma come i grandi comunicatori lo sono: giusto per ricordarci, all’occorrenza, della necessaria distanza.
Se l’ideologia non esiste più per nessuno, perché deve esistere per me? - si sarà domandato Nichi, una sera allo specchio. Se si votano le persone - o, meglio, la persona - perché non cercare semplicemente di essere la migliore persona possibile?
I più crudeli, i meno creduli, sghignazzeranno affermando che il vendolismo sia un berlusconismo debole: il berlusconismo di chi, invece di poter fare la voce grossa, riesce a dire la sua solo grazie al fatto che altri non sono riusciti a farla abbastanza grossa (leggi i gruppi dirigenti, fallimentari ma altamente strategici, del Partito Democratico).
Ma qual è la massima espressione del nuovo vendolismo? I più anziani fra di voi risponderanno con battutine da caserma. Ma non è questo il punto. La risposta dei più giovani e informatizzati, sarà senza dubbio più soddisfacente: le videoletterine di Nichi. Seguite subito, ma a distanza di sicurezza, da almeno uno dei gioiosi coretti che ne hanno caratterizzato la campagna elettorale per le primarie: “Un Presidente / c’è solo un Presidente / un Presidente!”; oppure, ancora più inquietante (ma nient’affatto sinistro): “Menomale che Nichi c’è”.
Nichi, quel Nichi, è talmente distante dalla politica e dai politici che se, all’indomani di un prossimo ed ulteriore successo elettorale in sede regionale, dovesse pensare di riprovarci con la ribalta nazionale, la sua non sarebbe solo una candidatura, ma una scesa in campo. 16 anni dopo.
Accadono cose interessanti e inquietanti nel nostro Paese. L’unico uomo che riuscirebbe davvero a tenere testa a Berlusconi; l’unico che potrebbe dunque avere successo in un’impresa talmente ardua che neanche i più esperti e motivati dirigenti e frontman di qualunque partito di centrosinistra italiano ci sono riusciti fino ad ora; è anche l’uomo che somiglia di più al suo avversario naturale.
Quando si dice che Berlusconi ha cambiato il nostro paese per sempre, non lo si dice con abbastanza convinzione se non si pensa anche ad un fenomeno del genere, prima di cambiare canale una volta per tutte. Non possiamo non unirci a uno di quei cori: comunque sia, chiunque sia, menomale sul serio che Nichi c’è.
Incassato lo straordinario risultato delle primarie pugliesi, che l’ha reso di nuovo protagonista delle peggiori trasmissioni televisive di prima e seconda serata nazionale, Nichi Vendola, il nostro Nichi Vendola, vede aprirsi davanti a sé una vecchia ma entusiasmante avventura: essere l’unico uomo di sinistra di successo italiano.
Un copione già scritto, almeno a livello locale. Ma, a farci caso, a guardare con più attenzione il Presidente uscente della Puglia, in una qualsiasi delle tante occasioni mediatiche che vi offre, vi accorgereste che una sottotraccia di cambiamento in lui si intravede eccome, questa volta. Nulla che faccia intendere chissà quale ribaltone comunicativo, o rivoluzione copernicana dei costumi, non sia mai: giusto i primi, incerti passi di una mutazione genetica. Ma una mutazione genetica che solo dei disfattisti potrebbero non accogliere come una flebile, eppur concreta speranza per tanti elettori italiani di sinistra. Che forse con Vendola potrebbero non essere più tanto lontani da un ultimo, definitivo turamento di naso, teso finalmente verso un mondo migliore.
Considerate qualche elemento, raccolto qua e là, su e giù per alcuni dei tanti media Diventa sempre più difficile sentire la gente parlare di Vendola, se non chiamandolo Nichi. Se non bastasse, fate attenzione a come Nichi, dal canto suo, si riferisce alla gente. La chiama “popolo”. Lo dirà affettuosamente, lo dirà coscienziosamente. Un conto è sentire questa parola provenire dalla sua pronuncia nordpugliese resa tenera e rasserenante da una certa zeppola e una grossa cultura, un conto è sentirla da Giulio Tremonti. Ma il popolo resta sempre il popolo: lì, nel suo habitat: “fenomenali poteri cosmici, in minuscolo spazio vitale”.
Ancora, fate attenzione al modo raffinatissimo con cui Nichi non risponde ai rimbrotti che gli rivolgono in televisione i suoi avversari. Il capolavoro è avvenuto da Vespa, durante la puntata del day after le primarie, scagliando solo irriverente e quasi divertito silenzio contro lo sbraitare qualunquista ma fascistello di Ignazio La Russa in persona. C’è solo un altro politico italiano che riesce a non rispondere agli interlocutori in questo modo, e forse in questo momento è un po’ più preoccupato.
Anche una delle più odiose usanze dei berluscones, seconda solo all’essere Maurizio Gasparri tout court, e cioè avere un suggeritore ufficiale da Ballarò, è stata sposata in pieno da Nichi. Certo, con un po’ di differenze: lungi dall’accompagnarsi da uno dei soliti energumeni che sostengono la dialettica delle Brambilla e delle Carfagna (veri e propri buttafuori del pensiero), Vendola ha con sé un raffinato tipetto orientalieggiante, dotato di foulard impaillettato d’ordinanza.
Nichi, il nostro Presidente, sta diventando il nuovo Silvio di sinistra. Come se ce ne fosse mai stato uno, come se ce ne fosse mai potuto essere uno, strilleranno gli antidalemiani. Mi correggo: Nichi sta diventando “il” Silvio di sinistra: il primo e unico che sia sia conosciuto. Dire che quando scrivo “Silvio di sinistra” io intenda, come si suol dire, in senso buono, è talmente sottinteso che non mi degno neanche di affrontare la questione. Dico solo che Nichi è il Silvio di sinistra che tutti vorremmo avere come figlio e nessuno come padre, per un’ovvia questione di dividendi, ça va sans dire.
In vista delle sue seconde elezioni regionali, Nichi comincia a delineare più chiaramente la sua sottile trama di rinnovamento e potenziamento d’immagine. Si pone più corporale, più sudaticcio, più tangibile che mai. Più tangibile, forse, ma come i grandi comunicatori lo sono: giusto per ricordarci, all’occorrenza, della necessaria distanza.
Se l’ideologia non esiste più per nessuno, perché deve esistere per me? - si sarà domandato Nichi, una sera allo specchio. Se si votano le persone - o, meglio, la persona - perché non cercare semplicemente di essere la migliore persona possibile?
I più crudeli, i meno creduli, sghignazzeranno affermando che il vendolismo sia un berlusconismo debole: il berlusconismo di chi, invece di poter fare la voce grossa, riesce a dire la sua solo grazie al fatto che altri non sono riusciti a farla abbastanza grossa (leggi i gruppi dirigenti, fallimentari ma altamente strategici, del Partito Democratico).
Ma qual è la massima espressione del nuovo vendolismo? I più anziani fra di voi risponderanno con battutine da caserma. Ma non è questo il punto. La risposta dei più giovani e informatizzati, sarà senza dubbio più soddisfacente: le videoletterine di Nichi. Seguite subito, ma a distanza di sicurezza, da almeno uno dei gioiosi coretti che ne hanno caratterizzato la campagna elettorale per le primarie: “Un Presidente / c’è solo un Presidente / un Presidente!”; oppure, ancora più inquietante (ma nient’affatto sinistro): “Menomale che Nichi c’è”.
Nichi, quel Nichi, è talmente distante dalla politica e dai politici che se, all’indomani di un prossimo ed ulteriore successo elettorale in sede regionale, dovesse pensare di riprovarci con la ribalta nazionale, la sua non sarebbe solo una candidatura, ma una scesa in campo. 16 anni dopo.
Accadono cose interessanti e inquietanti nel nostro Paese. L’unico uomo che riuscirebbe davvero a tenere testa a Berlusconi; l’unico che potrebbe dunque avere successo in un’impresa talmente ardua che neanche i più esperti e motivati dirigenti e frontman di qualunque partito di centrosinistra italiano ci sono riusciti fino ad ora; è anche l’uomo che somiglia di più al suo avversario naturale.
Quando si dice che Berlusconi ha cambiato il nostro paese per sempre, non lo si dice con abbastanza convinzione se non si pensa anche ad un fenomeno del genere, prima di cambiare canale una volta per tutte. Non possiamo non unirci a uno di quei cori: comunque sia, chiunque sia, menomale sul serio che Nichi c’è.
Iscriviti a:
Post (Atom)



