In edicola con 20Centesimi
Tradizionalmente, due cose sanno fare bene gli italiani di sinistra, quando non godono di particolari immunità parlamentari, né di piccoli grandi imperi editoriali: fare satira sulla destra e fare satira su se stessi. Cioè: su quel che di buono resta della sinistra italiana. E' a questi italici eredi di Sileno e di Marsia che dobbiamo le poche risate che riusciamo a strappare al nostro cuore, di questi tempi difficili: non scordiamolo mai. Dio solo sa se esisteranno mai dei satiri italiani di destra; e se la definizione stessa di satiro potrà mai essere compatibile con una sola delle caratteristiche (o delle lacune) culturali, linguistiche, comportamentali della parte del nostro "Popolo" che propende per le "Libertà". E chissà se questa incapacità congenita di fare satira sia più uno dei limiti del Pdl nella corsa all'onnipotenza, o più uno dei motivi del suo "relativo" successo.
In ogni caso, resta da augurarsi, visti i brillanti risultati ottenuti, che lo stesso Dio non voglia mai che l'ingegno o il pane abbandonino mai i nostri satiri di sinistra - neppure nel momento della primaria più dolorosa, neppure al termine della diatriba a Ballarò più stravinta. Neppure, ci sia consentito dire, davanti al successo e alle ulteriori prospettive di un politico di sinistra vincente come Nichi Vendola è sempre stato. Nel caso di Vendola, la satira è sempre stata divisa. Chiunque è in grado di satirizzare, almeno col pensiero, un politico semplicemente brillante ma distante, aulico come è stato Massimo D'Alema. Molti sanno concepire sfottò sui temi sacri a Romano Prodi e alla bolognesità che ha rappresentato, accademica del sapere quanto del gusto, lenta ma inesorabile nel fornire le sue chiavi di lettura del mondo (se ce ne sono). Ma pochi, tranne giusto il geniale Checco Zalone dei primordi televisivi (su TeleNorba, e parliamo di ere politiche fa), sono riusciti a satireggiare efficacemente sul nostro attuale bimandatario governatore regionale. Fino ad ora.
Il perché di questo è molto semplice. Vendola, nonostante il suo enorme acume dialettico e la sua miracolosa capacità di raccogliere consensi, è sempre stato troppo apparentemente "debole" per essere oggetto di una satira davvero divertente. Ha troppi difetti di pronuncia, troppi tic verbali e stilistici, troppe anomalie politiche per poter essere colpito da un comico senza dare l'impressione - bene che andasse - di fare battute troppo facili o di sparare sulla Croce Fucsia.
Con il secondo successo alla regionali le cose hanno cominciato a cambiare. Ma era bastato l'annuncio della sua ricandidatura a far sì che programmi televisivi satirici di primo piano nazionale (vedi Maurizio Crozza) prendessero la dialettica vendoliana e la sottoponessero finalmente al vaglio dell'unico modo di fare critica e, al tempo stesso, di esprimere stima che i satiri conoscono: coglionare. Senza che detta dialettica, naturalmente, non solo non ne uscisse particolarmente intaccata, ma anzi fosse rafforzata nella sua straordinaria iconicità.
Quello che ha stravolto tutto è stato l'annuncio di Vendola a scendere in campo come possibile candidato premier alla prossime politiche. Ora non più solo i capocomici delle emittenti televisive libere, ma anche i più umili guitti di YouTube hanno cominciato a prendere di mira - con più o meno seguito, con più o meno bravura - l'eloquio vendoliano: sempre troppo forbito, troppo ansioso di essere apprezzato (come un scolaro bravissimo alle interrogazione, ma tanto desideroso di essere apprezzato anche a tavola, dai familiari). Ancora una volta, ma più di tutte le altre volte, questa satirizzazione ha significato, da una parte, visibilità; dall'altra, anche un certo minimo risentimento (soprattutto dei piccoli, soprattutto dei pugliesi, soprattutto dei puri) davanti al cambio di rotta dei progetti di Vendola per il suo futuro.
Chi è riuscito a mettere insieme tutte queste osservazioni e critiche più o meno velate meglio di tutti gli altri satiri è stato Paolo Cosseddu (popolino.splinder.com), uno strano sardo che, pare, risieda nientemeno che a Biella. Il suo blog - "Popolino", che riproduce il font del più famoso settimanale a fumetti per ragazzi - ospita da qualche giorno un post dedicato proprio a Vendola, dal titolo: "Leffico famigliare". Il tono è quello di un dialogo filosofico che ha per protagonisti Nichi, Fratello, Madre e Padre. Il pezzo fa centro perché descrive le difficoltà di Nichi bambino ad ottenere attenzioni e pietanze calde finanche da una madre che lo partorì "nel gelido addiaccio di una notte illuminata da una ftella folitaria"; mentre il fratello, più sintetico ed essenziale nel formulare le sue richieste, riesce a spuntarla su tutto. Dove fa ancora più centro, però, è nella componenete cattocomunistica del tutto: da quella "ftella", infatti, parte un discorso cristologico che culmina nell'immancabile "Chi fa la fpia non è figlio di Maria, non è figlio di Gefù e quando muore va laggiù" - "Laggiù dove?" - " A Brindifi".
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4 ottobre 2010
30 giugno 2010
Perché Vendola non finanzia le tv locali?
In edicola con 20 Centesimi
Il vendolometro di oggi mostra profonde oscillazioni, mostrando una faccia sorridente e un'altra inevitabilmente triste, perlomeno all'osservatore dotato della corretta combinazione di pelo sullo stomaco e di dovere di cronaca per consultarlo costantemente.
La notizia buona non può che essere la storia del giorno: l'apertura pugliese alla Cina - o cinese alla Puglia, che dir si voglia. Una di quelle aperture frutto della buona politica e, soprattutto, volontarie (con le copie delle borse Prada che ci sono in giro, non sai mai che se non riesci a esportare tu per primo, non ti ritrovi poi davanti a un mercato già saturo di trulli pieghevoli fabbricato a Shangai o di pizziche virtuali a Pechino). Eppure, evitiamo di forarci subito i lobi sinistri delle orecchie per la contentezza. La visita di Nichi Vendola nella regione del Guangdong, e gli scenari commerciali che derivano dalla firma della Dichiarazione d'intenti di sviluppo economico, tecnologico, ambientale, culturale, saranno anche una delle prime grandi notizie dal debutto del secondo governo regionale Vendola. Resta il fatto che, a meno che il vice-governatore del Guangdong Lin Musheng non si riveli per la Puglia una specie di Putin in scala ridotta (e la cosa pare assai improbabile) - per un Vendola sempre più Berlusconi di sinistra, due "vite parallele" anche per gli amichetti di penna all'estero, di quelli che ti rimangono nel cuore dopo i viaggi estivi - la strada per la Puglia realmente collaborativa con un mercato, un sistema produttivo e una mentalità come quelli cinesi, appare in salita. E' il duro confronto con la realtà. A meno che non si tratti davvero solo di insegnare ai cinesi a vestirsi da sposa. Ma speriamo, ovviamente, in tante sorprese quanti possono essere i dubbi.
D'altra parte, la notizia veramente brutta del giorno, dal fronte vendoliano, è quella che viene da una forte rimostranza mediatica, messa in piedi dal consigliere regionale - eletto fra le fila de "La Puglia prima di tutto" - Tato Greco. Il cosiddetto Tato lamenta, da una parte, i 480mila euro stanziati da una delibera della giunta regionale, in favore di 10 puntate di un programma di RaiTre, "Okkupati". Dall'altra, i mancati bandi di finanziamento regionale, per venire incontro ai costi di adeguamento al digitale terrestre delle emittanti locali. Se Tato ha ragione - Dio non voglia - si tratta di un brutto spauracchio. Quello di un Nichi più attento all'immagine nazionale della sua Puglia e di se stesso, che lo proietta inevitabilmente più vicino a Roma che a Bari, nella prospettiva che egli stesso non si è sentito mai di smentire - fosse anche davanti a Victoria Cabello di Victor Victoria - di essere chiamato a competere sul terreno delle politiche. E neanche un giorno troppo lontano.
Il vendolometro di oggi mostra profonde oscillazioni, mostrando una faccia sorridente e un'altra inevitabilmente triste, perlomeno all'osservatore dotato della corretta combinazione di pelo sullo stomaco e di dovere di cronaca per consultarlo costantemente.
La notizia buona non può che essere la storia del giorno: l'apertura pugliese alla Cina - o cinese alla Puglia, che dir si voglia. Una di quelle aperture frutto della buona politica e, soprattutto, volontarie (con le copie delle borse Prada che ci sono in giro, non sai mai che se non riesci a esportare tu per primo, non ti ritrovi poi davanti a un mercato già saturo di trulli pieghevoli fabbricato a Shangai o di pizziche virtuali a Pechino). Eppure, evitiamo di forarci subito i lobi sinistri delle orecchie per la contentezza. La visita di Nichi Vendola nella regione del Guangdong, e gli scenari commerciali che derivano dalla firma della Dichiarazione d'intenti di sviluppo economico, tecnologico, ambientale, culturale, saranno anche una delle prime grandi notizie dal debutto del secondo governo regionale Vendola. Resta il fatto che, a meno che il vice-governatore del Guangdong Lin Musheng non si riveli per la Puglia una specie di Putin in scala ridotta (e la cosa pare assai improbabile) - per un Vendola sempre più Berlusconi di sinistra, due "vite parallele" anche per gli amichetti di penna all'estero, di quelli che ti rimangono nel cuore dopo i viaggi estivi - la strada per la Puglia realmente collaborativa con un mercato, un sistema produttivo e una mentalità come quelli cinesi, appare in salita. E' il duro confronto con la realtà. A meno che non si tratti davvero solo di insegnare ai cinesi a vestirsi da sposa. Ma speriamo, ovviamente, in tante sorprese quanti possono essere i dubbi.
D'altra parte, la notizia veramente brutta del giorno, dal fronte vendoliano, è quella che viene da una forte rimostranza mediatica, messa in piedi dal consigliere regionale - eletto fra le fila de "La Puglia prima di tutto" - Tato Greco. Il cosiddetto Tato lamenta, da una parte, i 480mila euro stanziati da una delibera della giunta regionale, in favore di 10 puntate di un programma di RaiTre, "Okkupati". Dall'altra, i mancati bandi di finanziamento regionale, per venire incontro ai costi di adeguamento al digitale terrestre delle emittanti locali. Se Tato ha ragione - Dio non voglia - si tratta di un brutto spauracchio. Quello di un Nichi più attento all'immagine nazionale della sua Puglia e di se stesso, che lo proietta inevitabilmente più vicino a Roma che a Bari, nella prospettiva che egli stesso non si è sentito mai di smentire - fosse anche davanti a Victoria Cabello di Victor Victoria - di essere chiamato a competere sul terreno delle politiche. E neanche un giorno troppo lontano.
28 gennaio 2010
Vendola ovvero il Berlusconi di sinistra
[In edicola con l'Osservatorio].
Incassato lo straordinario risultato delle primarie pugliesi, che l’ha reso di nuovo protagonista delle peggiori trasmissioni televisive di prima e seconda serata nazionale, Nichi Vendola, il nostro Nichi Vendola, vede aprirsi davanti a sé una vecchia ma entusiasmante avventura: essere l’unico uomo di sinistra di successo italiano.
Un copione già scritto, almeno a livello locale. Ma, a farci caso, a guardare con più attenzione il Presidente uscente della Puglia, in una qualsiasi delle tante occasioni mediatiche che vi offre, vi accorgereste che una sottotraccia di cambiamento in lui si intravede eccome, questa volta. Nulla che faccia intendere chissà quale ribaltone comunicativo, o rivoluzione copernicana dei costumi, non sia mai: giusto i primi, incerti passi di una mutazione genetica. Ma una mutazione genetica che solo dei disfattisti potrebbero non accogliere come una flebile, eppur concreta speranza per tanti elettori italiani di sinistra. Che forse con Vendola potrebbero non essere più tanto lontani da un ultimo, definitivo turamento di naso, teso finalmente verso un mondo migliore.
Considerate qualche elemento, raccolto qua e là, su e giù per alcuni dei tanti media Diventa sempre più difficile sentire la gente parlare di Vendola, se non chiamandolo Nichi. Se non bastasse, fate attenzione a come Nichi, dal canto suo, si riferisce alla gente. La chiama “popolo”. Lo dirà affettuosamente, lo dirà coscienziosamente. Un conto è sentire questa parola provenire dalla sua pronuncia nordpugliese resa tenera e rasserenante da una certa zeppola e una grossa cultura, un conto è sentirla da Giulio Tremonti. Ma il popolo resta sempre il popolo: lì, nel suo habitat: “fenomenali poteri cosmici, in minuscolo spazio vitale”.
Ancora, fate attenzione al modo raffinatissimo con cui Nichi non risponde ai rimbrotti che gli rivolgono in televisione i suoi avversari. Il capolavoro è avvenuto da Vespa, durante la puntata del day after le primarie, scagliando solo irriverente e quasi divertito silenzio contro lo sbraitare qualunquista ma fascistello di Ignazio La Russa in persona. C’è solo un altro politico italiano che riesce a non rispondere agli interlocutori in questo modo, e forse in questo momento è un po’ più preoccupato.
Anche una delle più odiose usanze dei berluscones, seconda solo all’essere Maurizio Gasparri tout court, e cioè avere un suggeritore ufficiale da Ballarò, è stata sposata in pieno da Nichi. Certo, con un po’ di differenze: lungi dall’accompagnarsi da uno dei soliti energumeni che sostengono la dialettica delle Brambilla e delle Carfagna (veri e propri buttafuori del pensiero), Vendola ha con sé un raffinato tipetto orientalieggiante, dotato di foulard impaillettato d’ordinanza.
Nichi, il nostro Presidente, sta diventando il nuovo Silvio di sinistra. Come se ce ne fosse mai stato uno, come se ce ne fosse mai potuto essere uno, strilleranno gli antidalemiani. Mi correggo: Nichi sta diventando “il” Silvio di sinistra: il primo e unico che sia sia conosciuto. Dire che quando scrivo “Silvio di sinistra” io intenda, come si suol dire, in senso buono, è talmente sottinteso che non mi degno neanche di affrontare la questione. Dico solo che Nichi è il Silvio di sinistra che tutti vorremmo avere come figlio e nessuno come padre, per un’ovvia questione di dividendi, ça va sans dire.
In vista delle sue seconde elezioni regionali, Nichi comincia a delineare più chiaramente la sua sottile trama di rinnovamento e potenziamento d’immagine. Si pone più corporale, più sudaticcio, più tangibile che mai. Più tangibile, forse, ma come i grandi comunicatori lo sono: giusto per ricordarci, all’occorrenza, della necessaria distanza.
Se l’ideologia non esiste più per nessuno, perché deve esistere per me? - si sarà domandato Nichi, una sera allo specchio. Se si votano le persone - o, meglio, la persona - perché non cercare semplicemente di essere la migliore persona possibile?
I più crudeli, i meno creduli, sghignazzeranno affermando che il vendolismo sia un berlusconismo debole: il berlusconismo di chi, invece di poter fare la voce grossa, riesce a dire la sua solo grazie al fatto che altri non sono riusciti a farla abbastanza grossa (leggi i gruppi dirigenti, fallimentari ma altamente strategici, del Partito Democratico).
Ma qual è la massima espressione del nuovo vendolismo? I più anziani fra di voi risponderanno con battutine da caserma. Ma non è questo il punto. La risposta dei più giovani e informatizzati, sarà senza dubbio più soddisfacente: le videoletterine di Nichi. Seguite subito, ma a distanza di sicurezza, da almeno uno dei gioiosi coretti che ne hanno caratterizzato la campagna elettorale per le primarie: “Un Presidente / c’è solo un Presidente / un Presidente!”; oppure, ancora più inquietante (ma nient’affatto sinistro): “Menomale che Nichi c’è”.
Nichi, quel Nichi, è talmente distante dalla politica e dai politici che se, all’indomani di un prossimo ed ulteriore successo elettorale in sede regionale, dovesse pensare di riprovarci con la ribalta nazionale, la sua non sarebbe solo una candidatura, ma una scesa in campo. 16 anni dopo.
Accadono cose interessanti e inquietanti nel nostro Paese. L’unico uomo che riuscirebbe davvero a tenere testa a Berlusconi; l’unico che potrebbe dunque avere successo in un’impresa talmente ardua che neanche i più esperti e motivati dirigenti e frontman di qualunque partito di centrosinistra italiano ci sono riusciti fino ad ora; è anche l’uomo che somiglia di più al suo avversario naturale.
Quando si dice che Berlusconi ha cambiato il nostro paese per sempre, non lo si dice con abbastanza convinzione se non si pensa anche ad un fenomeno del genere, prima di cambiare canale una volta per tutte. Non possiamo non unirci a uno di quei cori: comunque sia, chiunque sia, menomale sul serio che Nichi c’è.
Incassato lo straordinario risultato delle primarie pugliesi, che l’ha reso di nuovo protagonista delle peggiori trasmissioni televisive di prima e seconda serata nazionale, Nichi Vendola, il nostro Nichi Vendola, vede aprirsi davanti a sé una vecchia ma entusiasmante avventura: essere l’unico uomo di sinistra di successo italiano.
Un copione già scritto, almeno a livello locale. Ma, a farci caso, a guardare con più attenzione il Presidente uscente della Puglia, in una qualsiasi delle tante occasioni mediatiche che vi offre, vi accorgereste che una sottotraccia di cambiamento in lui si intravede eccome, questa volta. Nulla che faccia intendere chissà quale ribaltone comunicativo, o rivoluzione copernicana dei costumi, non sia mai: giusto i primi, incerti passi di una mutazione genetica. Ma una mutazione genetica che solo dei disfattisti potrebbero non accogliere come una flebile, eppur concreta speranza per tanti elettori italiani di sinistra. Che forse con Vendola potrebbero non essere più tanto lontani da un ultimo, definitivo turamento di naso, teso finalmente verso un mondo migliore.
Considerate qualche elemento, raccolto qua e là, su e giù per alcuni dei tanti media Diventa sempre più difficile sentire la gente parlare di Vendola, se non chiamandolo Nichi. Se non bastasse, fate attenzione a come Nichi, dal canto suo, si riferisce alla gente. La chiama “popolo”. Lo dirà affettuosamente, lo dirà coscienziosamente. Un conto è sentire questa parola provenire dalla sua pronuncia nordpugliese resa tenera e rasserenante da una certa zeppola e una grossa cultura, un conto è sentirla da Giulio Tremonti. Ma il popolo resta sempre il popolo: lì, nel suo habitat: “fenomenali poteri cosmici, in minuscolo spazio vitale”.
Ancora, fate attenzione al modo raffinatissimo con cui Nichi non risponde ai rimbrotti che gli rivolgono in televisione i suoi avversari. Il capolavoro è avvenuto da Vespa, durante la puntata del day after le primarie, scagliando solo irriverente e quasi divertito silenzio contro lo sbraitare qualunquista ma fascistello di Ignazio La Russa in persona. C’è solo un altro politico italiano che riesce a non rispondere agli interlocutori in questo modo, e forse in questo momento è un po’ più preoccupato.
Anche una delle più odiose usanze dei berluscones, seconda solo all’essere Maurizio Gasparri tout court, e cioè avere un suggeritore ufficiale da Ballarò, è stata sposata in pieno da Nichi. Certo, con un po’ di differenze: lungi dall’accompagnarsi da uno dei soliti energumeni che sostengono la dialettica delle Brambilla e delle Carfagna (veri e propri buttafuori del pensiero), Vendola ha con sé un raffinato tipetto orientalieggiante, dotato di foulard impaillettato d’ordinanza.
Nichi, il nostro Presidente, sta diventando il nuovo Silvio di sinistra. Come se ce ne fosse mai stato uno, come se ce ne fosse mai potuto essere uno, strilleranno gli antidalemiani. Mi correggo: Nichi sta diventando “il” Silvio di sinistra: il primo e unico che sia sia conosciuto. Dire che quando scrivo “Silvio di sinistra” io intenda, come si suol dire, in senso buono, è talmente sottinteso che non mi degno neanche di affrontare la questione. Dico solo che Nichi è il Silvio di sinistra che tutti vorremmo avere come figlio e nessuno come padre, per un’ovvia questione di dividendi, ça va sans dire.
In vista delle sue seconde elezioni regionali, Nichi comincia a delineare più chiaramente la sua sottile trama di rinnovamento e potenziamento d’immagine. Si pone più corporale, più sudaticcio, più tangibile che mai. Più tangibile, forse, ma come i grandi comunicatori lo sono: giusto per ricordarci, all’occorrenza, della necessaria distanza.
Se l’ideologia non esiste più per nessuno, perché deve esistere per me? - si sarà domandato Nichi, una sera allo specchio. Se si votano le persone - o, meglio, la persona - perché non cercare semplicemente di essere la migliore persona possibile?
I più crudeli, i meno creduli, sghignazzeranno affermando che il vendolismo sia un berlusconismo debole: il berlusconismo di chi, invece di poter fare la voce grossa, riesce a dire la sua solo grazie al fatto che altri non sono riusciti a farla abbastanza grossa (leggi i gruppi dirigenti, fallimentari ma altamente strategici, del Partito Democratico).
Ma qual è la massima espressione del nuovo vendolismo? I più anziani fra di voi risponderanno con battutine da caserma. Ma non è questo il punto. La risposta dei più giovani e informatizzati, sarà senza dubbio più soddisfacente: le videoletterine di Nichi. Seguite subito, ma a distanza di sicurezza, da almeno uno dei gioiosi coretti che ne hanno caratterizzato la campagna elettorale per le primarie: “Un Presidente / c’è solo un Presidente / un Presidente!”; oppure, ancora più inquietante (ma nient’affatto sinistro): “Menomale che Nichi c’è”.
Nichi, quel Nichi, è talmente distante dalla politica e dai politici che se, all’indomani di un prossimo ed ulteriore successo elettorale in sede regionale, dovesse pensare di riprovarci con la ribalta nazionale, la sua non sarebbe solo una candidatura, ma una scesa in campo. 16 anni dopo.
Accadono cose interessanti e inquietanti nel nostro Paese. L’unico uomo che riuscirebbe davvero a tenere testa a Berlusconi; l’unico che potrebbe dunque avere successo in un’impresa talmente ardua che neanche i più esperti e motivati dirigenti e frontman di qualunque partito di centrosinistra italiano ci sono riusciti fino ad ora; è anche l’uomo che somiglia di più al suo avversario naturale.
Quando si dice che Berlusconi ha cambiato il nostro paese per sempre, non lo si dice con abbastanza convinzione se non si pensa anche ad un fenomeno del genere, prima di cambiare canale una volta per tutte. Non possiamo non unirci a uno di quei cori: comunque sia, chiunque sia, menomale sul serio che Nichi c’è.
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