1 luglio 2010

30-6-2010

E' proprio vero che a volte gli arresti domiciliari possono essere più duri del carcere, secondo la moglie o la famiglia che vi ritrovate. L'ennesima conferma del fenomeno in questione viene dal tentativo di evasione - da casa sua - di Quintino Pindinello. Il quale, non a caso, era stato costretto ai domiciliari proprio a causa di un diverbio familiare, sfociato poi in un colpo di catena ai danni del figlio. I Carabinieri di Racale lo hanno nuovamente arrestato ieri mattina, mentre si allontanava da casa, finalmente libero, ma solo per poco. Resta da fare una seria riflessione sulla concessione dei domiciliari in casi come questo, a meno che i giudici non siano particolarmente in vena di contrappassi danteschi.

Con l'estate, torna il consueto aumento di qualità dei calzoni fritti di Pizza Mania, nel cuore di Galatina (piazza Dante Alighieri, a proposito di Inferno). Effettivamente, nel corso della lunga invernata, la presenza del sosia di Sean Connery che gestisce questa fantastica rosticceria si fa più rara, e di conseguenza il controllo rifrittura di alcuni articoli, nonché il ricambio degli stessi, lascia un po' a desiderare. Soprattutto nei giorni infrasettimanali. Ma ecco che la bella stagione riapre le danze dei migliori calzoni e del miglior pollo fritto pret-à-manger del Salento. Unica raccomandazione: col caldo, oltre alla qualità, aumenta anche la fila, che deve purtroppo ricorrere ai proverbiali "numeretti" da salumeria. Per non incorrere in metà della popolazione di Galatina, Noha e Collepasso che preme contro i vetri del bancone, oltre che sulla vostra signora, non presentatevi molto dopo le 8.

Ne capisco troppo poco di calcio per non gioire alla notizia che sarà finalmente Pierandrea Semeraro - il figlio fino ad ora più "panchinaro" del patron Giovanni, almeno dal punto di vista squisitamente calcistico - a prendere le redini dell'Unione Sportiva Lecce. Pierandrea prende il posto di suo padre dopo quattro anni di gestione, che hanno portato due volte il Lecce in serie A, ma hanno anche ridotto in cattivo arnese le casse della squadra. Dal trentasettene Pierandrea ci si aspetta un management all'insegna di una certa austerity.

Grande giornata di nomine per la curia di Lecce: ben quattro parroci nuovi di zecca sono stati nominati da Monsignor Domenico D'Ambrosio, che è già pubblicamente indicato come "l'Arcivescovo buono". Ecco la lista del rinnovamento: alla Cattedrale di Lecce esce monsignor Franco Leone, entra don Trifone Antonio Bruno; a San Francesco d’Assisi a Lecce entra don Elvino De Magistris; a Surbo, a Santa Maria del Popolo, arriva don Fernando Capone; a San Gregorio Nazianzeno di Acquarica di Lecce e Santa Maria della Neve in Acaya prende posto don Salvatore Scardino.

30 giugno 2010

Perché Vendola non finanzia le tv locali?

In edicola con 20 Centesimi


Il vendolometro di oggi mostra profonde oscillazioni, mostrando una faccia sorridente e un'altra inevitabilmente triste, perlomeno all'osservatore dotato della corretta combinazione di pelo sullo stomaco e di dovere di cronaca per consultarlo costantemente.
La notizia buona non può che essere la storia del giorno: l'apertura pugliese alla Cina - o cinese alla Puglia, che dir si voglia. Una di quelle aperture frutto della buona politica e, soprattutto, volontarie (con le copie delle borse Prada che ci sono in giro, non sai mai che se non riesci a esportare tu per primo, non ti ritrovi poi davanti a un mercato già saturo di trulli pieghevoli fabbricato a Shangai o di pizziche virtuali a Pechino). Eppure, evitiamo di forarci subito i lobi sinistri delle orecchie per la contentezza. La visita di Nichi Vendola nella regione del Guangdong, e gli scenari commerciali che derivano dalla firma della Dichiarazione d'intenti di sviluppo economico, tecnologico, ambientale, culturale, saranno anche una delle prime grandi notizie dal debutto del secondo governo regionale Vendola. Resta il fatto che, a meno che il vice-governatore del Guangdong
Lin Musheng non si riveli per la Puglia una specie di Putin in scala ridotta (e la cosa pare assai improbabile) - per un Vendola sempre più Berlusconi di sinistra, due "vite parallele" anche per gli amichetti di penna all'estero, di quelli che ti rimangono nel cuore dopo i viaggi estivi - la strada per la Puglia realmente collaborativa con un mercato, un sistema produttivo e una mentalità come quelli cinesi, appare in salita. E' il duro confronto con la realtà. A meno che non si tratti davvero solo di insegnare ai cinesi a vestirsi da sposa. Ma speriamo, ovviamente, in tante sorprese quanti possono essere i dubbi.
D'altra parte, la notizia veramente brutta del giorno, dal fronte vendoliano, è quella che viene da una forte rimostranza mediatica, messa in piedi dal consigliere regionale - eletto fra le fila de "La Puglia prima di tutto" - Tato Greco. Il cosiddetto Tato lamenta, da una parte, i 480mila euro stanziati da una delibera della giunta regionale, in favore di 10 puntate di un programma di RaiTre, "Okkupati". Dall'altra, i mancati bandi di finanziamento regionale, per venire incontro ai costi di adeguamento al digitale terrestre delle emittanti locali. Se Tato ha ragione - Dio non voglia - si tratta di un brutto spauracchio. Quello di un Nichi più attento all'immagine nazionale della sua Puglia e di se stesso, che lo proietta inevitabilmente più vicino a Roma che a Bari, nella prospettiva che egli stesso non si è sentito mai di smentire - fosse anche davanti a Victoria Cabello di Victor Victoria - di essere chiamato a competere sul terreno delle politiche. E neanche un giorno troppo lontano.

29 giugno 2010

La Giornata Nazionale dell'Incontinenza

C'è poco da ridere sul fenomeno dell'incontinenza. Oggi tocca a me, domani tocca a te, più o meno come ben altre patologie, di cui alcune, come la morte stessa, hanno per fortuna un impatto sociale meno sentito. L'aumentare medio delle aspettative di vita della popolazione (e dell'età media della classe politica, del resto) rende la situazione ancora più grave e degna di una riflessione che coinvolga forze trasversali, in grado di sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo la piaga in questione. E' merito di un pugliese, Francesco Diomede, se la FINCO (Federazione Italiana Incontinenti, da non confondere con FINECO) ha una visibilità sempre maggiore. Grazie al lavoro della FINCO, in occasione della Giornata Nazionale dell'Incontinenza (che si svolge, per legge, ogni anno il 28 giugno), il Presidente della Repubblica stesso, Giorgio Napolitano, ha rivolto un messaggio agli incontinenti di tutto il Paese: "L'impegno e la costante attività della 'Finco' costituiscono un utile ausilio per studiare e affrontare questo fenomeno, nell'intento di acquisire innovativi strumenti diagnostici e terapeutici, collegati ad un sostegno psicologico necessario per migliorare la qualità della vita dei pazienti".

La Notte bianca 2010 a Lecce: ne abbiamo davvero bisogno?

Puntuale come solo i saldi estivi e le influenze stagionali sanno essere, anche l'Edizione 2010 della Notte Bianca leccese è ormai sul trampolino di lancio. La sala consiliare di Palazzo Carafa, tutto l'anno addobbata a festa per conferenze stampa di ogni risma - senza fare distinzione fra inaugurazioni di altalene comunali ed eventi più seri come il ritrovamento di cani perduti o relativi salvataggi - figuriamoci cosa ci riserva per una questione realmente di primaria importanza, come la Notte Bianca è e sarà sempre nel cuore della fiumana di gente che accorrerà nel nostro capoluogo sabato 3 luglio prossimo. Da un certo punto di vista, è come se ogni sabato sera a partire da (almeno) aprile non fosse stato altro che una serie ininterrotta di prove ed esercitazioni in vista del grande evento di inizio estate: placide torchiarolesi che controllano la riuscita delle paillettes dei loro tubini-gioiello; illustri sconosciuti dell'hinterland che mettono a dura prova il loro accento inglese con ignare studentesse Erasmus spagnole ("hai visto mai che capita davvero una straniera bona, come l'anno scorso, che non sapevo dire una parola, comparema"); orde di artisti di strada in un delirio di concorrenza sleale che si fanno la parodia a vicenda, si menano e, all'occorrenza, si "buano" reciprocamente mischiandosi fra i rispettivi pubblici.
Secondo i progetti del sindaco di Lecce Paolo Perrone e dell'illustre agenzia di comunicazione A&C Group (che sarà presente alla conferenza stampa di oggi, alle 11.30 a Palazzo Carafa, nella persona del suo numero uno Mauro Arnesano, ma che vanta, ahimé, un sito web aggiornato solo al 2003), la Notte Bianca 2010 sarà dunque una sorta di summa della movida leccese. Una sola serata in cui potrete trovare tutto il meglio delle altre serate possibili, condensato, ordinato, pettinato, spiegato e reso disponibile anche a chi di norma le notti non le frequenta, e a ragione. Una sorta di inferno dantesco - opportunamente suddiviso in gironi: quello musicale, quello enogastronomico, quello teatrale, quello sportivo, e via espiando. La Notte Bianca sarà un po' come quelle donne che poi sposiamo: perché averne altre se possiamo sforzarci di cercare tutto in una sola?
L'unico problema all'orizzonte, per gli organizzatori della manifestazione e per i collaboratori tutti (a partire dai signori rappresentanti di Provincia di
Lecce, Camera di Commercio, Università del Salento, Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, Apt Lecce e Accademia delle Belle Arti di Lecce), è l'ormai agguerrita concorrenza della costellazione di Notti Bianche alternative sparse per il territorio della Provincia. Le quali, anche se non in diretta contrapposizione cronologica con quella del capoluogo (come quella di Sternatia, lo scorso sabato, che ha bruciato tutte le altre sul tempo), comunque hanno fatto e faranno tanto per inflazionare e saturare la proposta dell'evento unico e irripetibile - come vorrebbero "vendercelo" gli amministratori - che non c'è e non ci sarà mai.

28 giugno 2010

Il vero significato della scultura di Ercole Pignatelli all'ingresso di Lecce

In edicola con "20 Centesimi"

Continuiamo la nostra battaglia di informazione sul possibile significato iconologico del monumento - ormai del tutto inaugurato, anche nel senso di benedetto dai piccioni - che il maestro Ercole Pignatelli ha eretto presso uno dei principali rondò della nostra città: quello che segna l'inizio - e, significativamente, anche la fine - della superstrada Lecce-Brindisi. Proprio dal mondo dell'ornitologia vogliamo far partire la seguente riflessione: e se fosse tutta una metafora escrementizia? Se l'agglomerato di ciarpame in finta pietra leccese, dalle più svariate forme e date di scadenza, non fosse altro che una metafora alla De Andrè, appena "deposta" in quantità industriale dai due uccelli che torreggiano in cima all'opera d'arte? Un altro modo di dire che dal letame possono nascere fiori? Sono gli uccelli in alto ad aver creato l'ammasso, o è l'ammasso ad aver generato gli uccelli? Niente da fare, ci avevamo sperato invano: la questione è destinata a farsi sempre più complessa.

Per tacere del fatto che sarà quantomeno divertente capire cosa succederà, anche solo fra qualche mese, al colore di tutto quel polistirolo simulante pietra leccese, collocato dall'estro del maestro Pignatelli in uno dei punti più trafficati della Provincia. Guardate cosa succede dopo un anno alle facciate del Barocco appena restaurate, eppure sono quasi tutte collocate nel cuore del centro storico di Lecce. Ci saranno i fondi per ripulire ciclicamente un simile capolavoro? Oppure anche la faccenda della sporcizia che, gradualmente, si depositerà sulla scultura, è funzionale al discorso della metafora escrementizia della stessa?

25 giugno 2010

Fatta la ronda, trovato l'inganno

In edicola su 20 Centesimi.

Ronde sì, ronde no; ronde, infine, sì. O, almeno, così pare. La Corte Costituzionale ha in parte bocciato e in parte approvato le famigerate norme sulle 'ronde', previste dal pacchetto sicurezza del 2008-2009. La Consulta, con la sentenza 226 depositata ieri in cancelleria, ha fatto distinzione fra due tipi di ronda, di cui uno sarà esercizio legittimo di un diritto. L'altro, un piccolo abuso pronto da condonare. Ovvero, fatta la ronda, trovato l'inganno. Da una parte i giudici della Consulta hanno dato il via libera "all'impiego di cittadini non armati per segnalare eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana" [sic]. Dall'altra, hanno dichiarato illegittimo l'impiego delle 'ronde' in situazioni di "disagio sociale". Dunque, se tanto ci dà tanto, prepariamoci a una bella varietà di situazioni e di applicazioni. Soprattutto del concetto di "non armati": il campo che più si presta ad interpretazioni fantasiose e romanzesche.
Ronde all'italiana (ritardatarie, qualunquiste, di facciata); ronde fascistelle (rabbiose, revansciste); ronde di quartiere, ronde metropolitane; ronde chic (tutti neri, con divisa e tanto di basco e aquila imperiale), ronde trasandate (tutti vestiti diversi, ma in fondo uniti); ronde politicamente corrette (con grida d'avvertimento, con paternali), ronde scorrette (di azione immediata); ronde belle, ronde brutte. Ce ne sono per tutti i gusti, perché in molti, moltissimi le aspettavano. A dire il vero, per esse, erano in fibrillazione entrambi i tipi di potenziali protagonisti: quelli che le avrebbero date e quelli che non avrebbero voluto altro che prenderne, per darne ancora e ancora.
Nei paesi che consideriamo civili (vale a dire soprattutto quelli anglosassoni: Stati Uniti in primis), le ronde di quartiere esistono da anni, e si chiamano con uno dei tanti eufemismi che rendono grande la lingua inglese: "neighborhood watch" - vale a dire, più o meno, "osservazione del vicinato". Sono il primo degli sport sociali del cittadino medio di sobborgo americano. Dopo le riunioni degli alcolisti anonimi, naturalmente. Si stabiliscono turni e si sta apposto con la coscienza, perché più di una mazza da baseball non si può portare con sè, e si è comunque fortemente incoraggiati a fare la delatori alle autorità, quando si vede qualcosa che non va, piuttosto che intervenire direttamente sui vari casi, ed essere crepati di mazzate (come accade il più delle volte, del resto).
Non osiamo ancora immaginare quello che potrebbe essere la versione leccese e salentina di queste benedette ronde. Perlomeno, non con quello che leggiamo quotidianamente sulla colonne locali della cronaca nera. Bene che vada, le ronde arriveranno e andranno via, silenziosamente come è venuto il poliziotto di quartiere. Male che vada, nel cuore della nostra provincia riccastra ma pulp, altro che mazzate. Anche perché, nel buio della notte salentina, di ronda ce n'è sempre stata una sola: quella tutt'altro che silenziosa della malavita organizzata.

21 giugno 2010

I mostri da mostra

In edicola con 20 Centesimi.


È buona norma fra i frequentatori assidui di mostre e vernissage quella di distinguere fra due filoni principali di "altri" frequentatori. Questo accade perché - vuoi per immodestia, vuoi per mancanza reale di competenze tecniche in merito di loro simili, o di "prossimo" in senso lato - i frequentatori assidui di mostre o vernissage si considerano al di sopra di ogni categorizzazione. Il panorama leccese non presenta, purtroppo, un numero abbastanza elevato di eventi artistici tale da permettere alle due categorie in questione di profilicare e di rivaleggiare, magari nella maniera massiccia cui siamo abituati dall'osservazione degli stessi fenomeni in città più grandi e attente agli assessori alla Cultura. Eppure, nonostante questo, ecco questi due tipi universali scavarsi le rispettive nicchie faticosamente nel tessuto sociale salentino, e renderci i destinatari della loro epifania - immancabilmente - anche all'inaugurazione dell'ultima mostra di "Lecce Spazio Vivo".



Il primo ci viene incontro - anche se sarebbe più corretto dire che ci è venuto addosso - non appena mettiamo piede nel raccolto spazio espositivo di via Palmieri. È il tipo "invitato". È sempre preparatissimo sull'artista esposto, come se quel tipo barbuto che agita le mani qualche metro più in là - e che non fa il minimo cenno di averlo riconosciuto, nè di volerlo salutare - fosse Pablo Picasso in persona. Anzi, spesso è preparato su di lui più di quanto non lo sia su Picasso stesso (fra l'altro in mostra per tutta l'estate 2010 al Castello Aragonese di Otranto). Ma questa è chiaramente un'altra storia. Il tipo invitato, comunque,

quale che sia il tema della mostra, anche se fosse una chiara occasione di raccolta fondi benefica o chissà quale altra diavoleria, comunque presenta un'espressione del volto inequivocabile. In cuor suo, chiede ogni secondo scusa al caro esposto per la presenza di ciascuno degli altri visitatori. Si scusa per i loro figli, per il loro approccio alle opere, per le loro stesse acconciature. Nessuno, d'altra parte, sa chi lo abbia tecnicamente invitato. Fatto sta che il tipo invitato ha in mano una brochure e non sta fermo un solo secondo.

La vita del tipo imbucato, al contrario, è molto più semplice, ma non meno fastidiosa. Si trova alla mostra perché, sulla strada per il McAndrew - il noto fast food amatoriale, ma non tanto amato, di fianco all'ex Istituto Margherita di Savoia - la sua fidanzata in pectore ha notato un quadro "ngraziato" sulla locandina del vernissage. Per questo, il tipo imbucato esegue un rapidissimo test psico-attitudinale nei confronti della suddetta fidanzata (quasi sempre di recente acquisizione) e stabilisce di essere effettivamente in grado di impressionarla. Da questo momento fino alla fine del suo soggiorno presso l'evento culturale da lui prescelto, il tipo imbucato non smetterà di parlare in dialetto stretto di quanto sia "particolare" la luce dei dipinti del caro esposto. Con una rapida considerazione su quanto debbano essere cari, lascia la mostra sicuro della durevolezza nel tempo della conquista appena fatta.

28 gennaio 2010

Vendola ovvero il Berlusconi di sinistra


[In edicola con l'Osservatorio].

Incassato lo straordinario risultato delle primarie pugliesi, che l’ha reso di nuovo protagonista delle peggiori trasmissioni televisive di prima e seconda serata nazionale, Nichi Vendola, il nostro Nichi Vendola, vede aprirsi davanti a sé una vecchia ma entusiasmante avventura: essere l’unico uomo di sinistra di successo italiano.

Un copione già scritto, almeno a livello locale. Ma, a farci caso, a guardare con più attenzione il Presidente uscente della Puglia, in una qualsiasi delle tante occasioni mediatiche che vi offre, vi accorgereste che una sottotraccia di cambiamento in lui si intravede eccome, questa volta. Nulla che faccia intendere chissà quale ribaltone comunicativo, o rivoluzione copernicana dei costumi, non sia mai: giusto i primi, incerti passi di una mutazione genetica. Ma una mutazione genetica che solo dei disfattisti potrebbero non accogliere come una flebile, eppur concreta speranza per tanti elettori italiani di sinistra. Che forse con Vendola potrebbero non essere più tanto lontani da un ultimo, definitivo turamento di naso, teso finalmente verso un mondo migliore.

Considerate qualche elemento, raccolto qua e là, su e giù per alcuni dei tanti media Diventa sempre più difficile sentire la gente parlare di Vendola, se non chiamandolo Nichi. Se non bastasse, fate attenzione a come Nichi, dal canto suo, si riferisce alla gente. La chiama “popolo”. Lo dirà affettuosamente, lo dirà coscienziosamente. Un conto è sentire questa parola provenire dalla sua pronuncia nordpugliese resa tenera e rasserenante da una certa zeppola e una grossa cultura, un conto è sentirla da Giulio Tremonti. Ma il popolo resta sempre il popolo: lì, nel suo habitat: “fenomenali poteri cosmici, in minuscolo spazio vitale”.

Ancora, fate attenzione al modo raffinatissimo con cui Nichi non risponde ai rimbrotti che gli rivolgono in televisione i suoi avversari. Il capolavoro è avvenuto da Vespa, durante la puntata del day after le primarie, scagliando solo irriverente e quasi divertito silenzio contro lo sbraitare qualunquista ma fascistello di Ignazio La Russa in persona. C’è solo un altro politico italiano che riesce a non rispondere agli interlocutori in questo modo, e forse in questo momento è un po’ più preoccupato.
Anche una delle più odiose usanze dei berluscones, seconda solo all’essere Maurizio Gasparri tout court, e cioè avere un suggeritore ufficiale da Ballarò, è stata sposata in pieno da Nichi. Certo, con un po’ di differenze: lungi dall’accompagnarsi da uno dei soliti energumeni che sostengono la dialettica delle Brambilla e delle Carfagna (veri e propri buttafuori del pensiero), Vendola ha con sé un raffinato tipetto orientalieggiante, dotato di foulard impaillettato d’ordinanza.

Nichi, il nostro Presidente, sta diventando il nuovo Silvio di sinistra. Come se ce ne fosse mai stato uno, come se ce ne fosse mai potuto essere uno, strilleranno gli antidalemiani. Mi correggo: Nichi sta diventando “il” Silvio di sinistra: il primo e unico che sia sia conosciuto. Dire che quando scrivo “Silvio di sinistra” io intenda, come si suol dire, in senso buono, è talmente sottinteso che non mi degno neanche di affrontare la questione. Dico solo che Nichi è il Silvio di sinistra che tutti vorremmo avere come figlio e nessuno come padre, per un’ovvia questione di dividendi, ça va sans dire.
In vista delle sue seconde elezioni regionali, Nichi comincia a delineare più chiaramente la sua sottile trama di rinnovamento e potenziamento d’immagine. Si pone più corporale, più sudaticcio, più tangibile che mai. Più tangibile, forse, ma come i grandi comunicatori lo sono: giusto per ricordarci, all’occorrenza, della necessaria distanza.

Se l’ideologia non esiste più per nessuno, perché deve esistere per me? - si sarà domandato Nichi, una sera allo specchio. Se si votano le persone - o, meglio, la persona - perché non cercare semplicemente di essere la migliore persona possibile?
I più crudeli, i meno creduli, sghignazzeranno affermando che il vendolismo sia un berlusconismo debole: il berlusconismo di chi, invece di poter fare la voce grossa, riesce a dire la sua solo grazie al fatto che altri non sono riusciti a farla abbastanza grossa (leggi i gruppi dirigenti, fallimentari ma altamente strategici, del Partito Democratico).
Ma qual è la massima espressione del nuovo vendolismo? I più anziani fra di voi risponderanno con battutine da caserma. Ma non è questo il punto. La risposta dei più giovani e informatizzati, sarà senza dubbio più soddisfacente: le videoletterine di Nichi. Seguite subito, ma a distanza di sicurezza, da almeno uno dei gioiosi coretti che ne hanno caratterizzato la campagna elettorale per le primarie: “Un Presidente / c’è solo un Presidente / un Presidente!”; oppure, ancora più inquietante (ma nient’affatto sinistro): “Menomale che Nichi c’è”.

Nichi, quel Nichi, è talmente distante dalla politica e dai politici che se, all’indomani di un prossimo ed ulteriore successo elettorale in sede regionale, dovesse pensare di riprovarci con la ribalta nazionale, la sua non sarebbe solo una candidatura, ma una scesa in campo. 16 anni dopo.
Accadono cose interessanti e inquietanti nel nostro Paese. L’unico uomo che riuscirebbe davvero a tenere testa a Berlusconi; l’unico che potrebbe dunque avere successo in un’impresa talmente ardua che neanche i più esperti e motivati dirigenti e frontman di qualunque partito di centrosinistra italiano ci sono riusciti fino ad ora; è anche l’uomo che somiglia di più al suo avversario naturale.

Quando si dice che Berlusconi ha cambiato il nostro paese per sempre, non lo si dice con abbastanza convinzione se non si pensa anche ad un fenomeno del genere, prima di cambiare canale una volta per tutte. Non possiamo non unirci a uno di quei cori: comunque sia, chiunque sia, menomale sul serio che Nichi c’è.

19 maggio 2009

I Cesaroni maestri di vita


[In edicola con l'Opinione]

Le ultime puntate dei Cesaroni si stagliano sulla tendenza già semi-estiva del resto della programmazione televisiva in corso, almeno come Antonello Fassari si distingue dal resto del cast di una fiction (Canale 5, lunedì in prima serata) dal successo e dalla penetrazione nell'immaginario comune senza precedenti.
Ad essere onesti, queste puntate si distinguono anche dalla maggior parte di quelle delle scorse stagioni, e per due ordini di motivazioni.

Il primo riguarda il fatto che, per la prima volta dopo l'episodio giovanile di "Colpo gobbo a Milano" (sì, quello con Monica Bellucci che parla - correttamente - umbro), Claudio Amendola si trovi per la prima volta "in parte".
Amendola si era avvicinato a tanta perfezione solo in "Caterina va in città" (di Paolo Virzì), nel ruolo di deputato becero. Ma lì si trattava più che altro di giocare di contrasto insieme a Sergio Castellitto, e prendere le mosse dalle fisime e dai complessi del suo personaggio.

La sua candidatura a presidente della Garbatella, il quartiere in cui i Cesaroni lo collocano, abbassa di qualche gradino, e anche abbastanza ripido, la scala che Claudio dovrà salire fino all'essere considerato un interprete dell'attuale romanità. La riuscita di Amendola nei panni del laziale "pratico" ("che non guarda al cielo mentre cammina"), che si sente inadeguato nel "recitare" il ruolo di politico, è di una fascinazione senza precedenti. C'è tutta la meta-sincerità dello stesso Amendola, in quel piccolo Cesarone: troppo spontaneo, poco calcolatore, messo lì sul palco del confronto cogli avversari da una moglie troppo ambiziosa. Quella stessa simpaticissima Elena Sofia ricci che, per inciso, di lì a poco lo chiamerà "Obama mio" mentre, in un impeto di rinnovata passione post-comizio, lo trascina a letto, finalmente incravattato e scravattabile.

Il secondo ordine di eccellenza è costituito da un altro fatto, ancora più inaspettato.
Ciascuno dei protagonisti dei Cesaroni (e gli autori dietro di loro) per come sono riusciti a reagire al grande successo, sono da caso nazionale. Con tutti i loro limiti stilistici e contenutistici, riescono dove pochissimi uomini (diciamo anche: nessuno), divenuti pubblici o semplicemente di successo, sanno tenere duro nella stessa linea che li ha condotti a quel successo, ma che spesso finiscono per trascurare proprio a causa di quel successo. E questo vale per moltissimi settori in cui l'ingegno umano, o la mancanza di esso, si spende, a cominciare dalla politica.
I Cesaroni, stagione dopo stagione, record di ascolto dopo record di scaricamento, sono rimasti loro stessi al punto che, nonostante tutti gli ammiccamenti ai temi chiave delle fiction che "vogliono" avere successo (mentre loro lo hanno già, e non potrebbero quasi averne di più), continuano a reggere il peso della loro responsabilità con una dignità e una coscienza che non ha paragoni se non ai primordi della televisione. I Cesaroni, in altre parole, sono uno dei due o tre prodotti della nostra televisione attuale che "insegnano" qualcosa. Veramente. E lo fanno senza mezzi termini, e senza neanche mettere in testa il tocco d'accademici.

Tutto il lento processo con cui Amendola si ricrede della sua "discesa in campo" politica, sentendosi straniato, snaturato dal suo ruolo portante di uomo semplice ma non villano, modesto ma non sempliciotto, e decide di lasciare nelle mani del suo avversario dalla parlata settentrionale il peso della finzione che anche un solo comizio gli procura, e che non riesce a sopportare, vale quando stagioni intere di qualunque sia il vostro talent-show di riferimento, con tutto il rispetto agli imitatori di Mara Majonchi.

6 maggio 2009

Berlusconi parla di sé e di Veronica Lario a Porta a Porta

In edicola con l'Opinione.

La puntata di Porta a porta di martedì scorso non ha manifestato particolarità degne di nota, a parte il fatto di essere stata condotta dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in persona. Fra gli ospiti, alcuni giornalisti televisivi e certi tizi della carta stampata.
E' stata una serata interamente dedicata al tema dell'intervento del Governo sui luoghi del terremoto abruzzese, con una digressione di circa due ore e mezza che ha riguardato un doloroso episodio autobiografico del conduttore, che mi dispiace molto di dover citare nel mio pezzo, dovendo fare la cronaca dell'evento: un dissapore coniugale con la sua signora progressista.

Il Presidente del Consiglio, in ogni caso, dotato di un piglio estremamente professionale, è stato benissimo al gioco - innescato da una battuta di uno degli ospiti in studio, Bruno Vespa (fra l'altro inventore del format di Porta a porta e un tempo egli stesso conduttore dell'edizione originale del talk show di Rai Uno) - e ha portato a termine la puntata senza il minimo imprevisto, fatto salvo giusto qualche problema di microfono e
Non c'è stato neanche bisogno di difendersi dalle accuse e dalle critiche che, probabilmente, il padrone di casa si sarebbe aspettato di vedersi rivolte da una certa parte della sua opposizione politica. O, almeno, da quella parte di questa parte che si sarebbe potuta annidare fra gli ospiti, o anche nascondersi nel pubblico. Non si sa mai cosa ti combinano queste parti.

Perfino uno dei momenti più critici di tutto l'evento - il momento in cui tutti abbiamo temuto che una domanda ci sarebbe stata - è stato superato agilmente, e le boe di mare agitato non hanno dato troppe preoccupazioni al Presidente-conduttore, che è riuscito a far rientrare in porto la sua nave senza il minimo travaglio.
La domanda in questione, che era sulle labbra di ciascuno di noi fin dall'inizio della trasmissione, e in particolare su quel ciascuno di noi che risponde al nome di Piero Sansonetti (direttore, manco a dirlo, de "l'Altro"), per inciso, era la seguente: "Presidente, ma come mai sua moglie crede più ai giornali in mano alle opposizioni che a lei, unico coniuge, di cui è a carico?". Per fortuna, come dicevo, la trasmissione è filata liscia.

Non che non ami Berlusconi quando è a Porta a porta. Mi piace molto di più quando fa dichiarazioni sui giornali, ad esempio. E' lì che darebbe il meglio di sé, sul serio. Il problema è che la maggior parte dei giornali, poi, distorcono quelle dichiarazioni, le fanno suonare false, strampalate, campate in aria. Quando non somigliano solamente a spacconate o a prese per i fondelli. Io non riesco a credere a tutti quei redattori duri d'orecchio. Deve esserci qualcosa sotto.
Per fortuna che una trasmissione televisiva, oltre un certo limite, non potrà mai distorcere la realtà come fa un quotidiano schierato. Guardate il Grande Fratello, per esempio: pura realtà, semplice verità: magari da prendere a piccole dosi. Ma che bella, la verità.
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