3 luglio 2010
Perché la Notte della Taranta sarà un successo
Il programma della Notte della Taranta 2010 (dal 13 al 26 agosto col suo Festival itinerante, e il "concertone" finale previsto a Melpignano per il 28) per come appare al primo sguardo, è come un po' incoscientemente noncurante dell'aria di decadenza che investe anche le locandine delle manifestazioni più allegre o tradizionali dell'estate salentina. Tira fuori i nomi che è riuscito ad attrarre orgoglioso e sprezzante della difficoltà come un giovane elenca le belle cose che è riuscito a comprare col suo primo, vero stipendio, tutto da solo: Ludovico Einaudi (maestro concertatore del concertone); Dulce Pontes (voce globale, ma che ha stregato il mondo a partire da una sua tradizone locale, il fado portoghese); Mercan Dede e Sabina Yannatou (che stanno scrivendo i capitoli più recenti della storia della world music, rispettivamente turca e greca); e i Sud Sound System, della cui presenza non dobbiamo gioire meno solo perché abitano più vicino a casa nostra di tutti gli altri, anche perché non sono meno contesi di qualunque fuoriclasse della fusion fra mondi lontani e "radici ca teni" nelle rassegne musicali estive di tutta Italia e oltre.
Insomma, prodigio o efficienza, è come se una sorta di schermo protettivo fosse teso sulla prodigiosa capacità degli organizzatori della "Notte" (a partire dal Presidente della Fondazione Notte della Taranta Sergio Blasi, al suo successore nel ruolo di Sindaco di Melpignano Ivan Stomeo e al direttore artistico della manifestazione Sergio Torsello). E' un anno difficile per il tempo libero.
Anche la tre giorni leccese di festeggiamenti per la Santità di Oronzo Martire - nonostante gli sforzi dell'Assessore Attilio Monosi, vero patrono del Patrono, per farla finanziare - arranca, dovendo contare solo sulle sue forze più spirituali (sebben non ci soli santini viva il devoto). Perfino la ormai storica "Notte Bianca" di Lecce è andata in onda ieri sera avvolta in un velo di tristezza: vuoi perché presentava il programma più povero e sconfortante di sempre, vuoi perché troppo dispersiva, vuoi perché forzata a esaltare le caratteristiche di aggregazione di un centro storico già di per sè saturo di divertimento notturni - tutti fittizi e, bene che vada, bordeline dal punto di vista della legalità.
I più crudeli diranno che, più che una benedizione da parte di qualche divinità semi-pagana di pizzicata memoria, la vera fortuna del Festival di Sergio Blasi sia non essere vittima anch'essa (se non altro per motivi di competenza territoriale) della maledizione che pare aleggiare su tutto quanto, invece, sia voluto o promosso dal Comune di Lecce, guidato da Paolo Perrone. Non a caso, la grande sinergia con la vice-presidente e Assessore alla Cultura della Provincia di Lecce, Simona Manca (dunque, una sinergia trasversale, al di lù degli schieramenti) non è una delle ultime ragioni plausibili di questo spiegamento di forze artistiche.
Invece, ecco che la "Notte della Taranta" fa il suo ritorno nell'anno 2010 forte della sua classica mistura di estemporaneità e di struttura; di leggerezza e organizzazione; di Salento e di Regione: vivace come alla prima edizione, ma ricca come se fosse - com'è, del resto - alla sua tredicesima volta. Sì, pare proprio che questo evento tribal-istituzionale, per via del mix unico che ne è la ragion d'essere - e che è ormai una delle sue caratteristiche più difficilmente imitabili altrove - sia l'unico appuntamento di questa estate a non essere toccato dalla crisi.
Il quale mix, del resto, sembra sempre più poter assurgere a simbolo del Salento che funziona, almeno culturalmente - e, di conseguenza, almeno in parte, turisticamente. Una volta che la musica comincia, sul palco di Melpignano, è sempre come se tutto quello che ci si vede e ci si sente fosse frutto della più ispirata delle improvvisazioni: ma fino a un attimo prima della prima fuoriuscita di decibel dagli amplificatori, e a partire da un attimo dopo il primo riposo delle trombe, fra un pezzo e l'altro, tutto è stato voluto, studiato e provato a menadito.
E' tutta qui la chiave del suo successo, che punta ad essere riconfermato anche questa estate: la Notte della Taranta è come una grande ragazzina di paese (non a caso è una ancora giovane, e non potrebbe svolgersi altrove che in un piccolo centro), ma colta ogni anno nell'atto di diventare adulta. Con la stessa ciclicità con cui una vera pizzicata d'altri tempi sperava di guarire: annuale. Solo, adulta ma non troppo: già solenne nella sua peccaminosa bramosia di percussioni e di galloni di birra (non importa quale marca, non conta a che temperatura, nella mani di appassionati che però conoscono vita, morte e concerti di ciascun polistrumentista turco che sta rapendo loro il cuore), e ancora fanciullesca nel modo pudico ma beato con cui guarda al suo successo.
2 luglio 2010
Quanto è fico Caravaggio a Lecce
Hanno davvero rasentato la commozione in più momenti la presentazione e l'inaugurazione della mostra di Caravaggio a San Francesco della Scarpa. Perfino i tanti poliziotti di stanza fra le colonne dei propilei dell'ex Convitto Palmieri sembravano essere pronti, da un momento dall'altro, a suonare le sirene delle volanti a festa, tali erano la compostezza, l'interesse, la vera e proprio gioia orgogliosa con cui centinaia di semplici cittadini - unitamente a svariate dozzine di torte di Alvino - facevano il loro lento ingresso nella struttura dell'ex convento. Evidentemente, l'organizzazione di questa specialissima mostra, su un tema peraltro lontano dalla sensibilità e dalla curiosità popolare - come non può che essere l'enigma rappresentato dall'autenticità del "doppio" San Francesco in meditazione, dilemma storico-artistico destinato a difficile, se non impossibile, soluzione - mette in risalto, anche nelle più profonde, attuali province dell'impero culturale che fu del nostro paese, il grado e la qualifica di "stella" dell'arte che è divenuto Michelangelo Merisi da Caravaggio. Nei volti dei giovani rubati all'aperitivo, delle rigide professoressine strappate per una soirèe ai morsi della coscienza da docente di liceo sotto esame, perfino nelle stesse espressioni sinceramente compiaciute di ciascuna delle cosiddette autorità presenti (e primo fra tutti il cattolicissimo Alfredo Mantovano in persona, "prestatore", per conto del Ministero dell'Interno, di cui è sottosegretario e che è proprietario delle due opere esposte), tutto significava semplicemente pura gioia mista a sorpresa. E mista anche un poco a quel tipico divertimento - quasi infantilesco - che si prova nel riconoscere inaspettatamente in una piazza della propria piccola cittadina un divo del cinema in trasferta. Anche i più insospettabili - vale a dire i veri esperti o presunti tali - non potevano fare a meno di questa espressione beata. Nessun altro artista del presente o del passato riesce a dare questo effetto, tanto più strabiliante quando si pensa a come Caravaggio, non piú di un secolo fa, fosse quasi ignorato dalle masse.
I due San Francesco, perfettamente illuminati e ben corredati di un impianto didattico che li accompagnerà per tutta l'estate, sono posti nelle prime due cappelle a destra e a sinistra della Chiesa conventuale, separati solo da qualche metro e dallo stupore del pubblico, dopo secoli di separazione (seppure, solo di qualche decina di chilometri). Che siate a digiuno di realismo seicentesco - e facciate più caso al "trova le differenze che ad altro (le principali sono i maggiori buchi "pauperistici" sul saio di destra, nella versione di Santa Maria della Concezione) - o che siate fra gli eletti che si pongano più che altro il problema della prospettiva del piccolo crocifisso in basso, in entrambe le tavole, o quello di farsi riconoscere da Mantovano - tornate a San Francesco anche in altre sere di questa estate, magari meno affollate di quella di ieri, per non pensate ad altro che a quanto è fico avere Caravaggio a Lecce. Liberi da ogni turbamento.
1 luglio 2010
30-6-2010
Con l'estate, torna il consueto aumento di qualità dei calzoni fritti di Pizza Mania, nel cuore di Galatina (piazza Dante Alighieri, a proposito di Inferno). Effettivamente, nel corso della lunga invernata, la presenza del sosia di Sean Connery che gestisce questa fantastica rosticceria si fa più rara, e di conseguenza il controllo rifrittura di alcuni articoli, nonché il ricambio degli stessi, lascia un po' a desiderare. Soprattutto nei giorni infrasettimanali. Ma ecco che la bella stagione riapre le danze dei migliori calzoni e del miglior pollo fritto pret-à-manger del Salento. Unica raccomandazione: col caldo, oltre alla qualità, aumenta anche la fila, che deve purtroppo ricorrere ai proverbiali "numeretti" da salumeria. Per non incorrere in metà della popolazione di Galatina, Noha e Collepasso che preme contro i vetri del bancone, oltre che sulla vostra signora, non presentatevi molto dopo le 8.
Ne capisco troppo poco di calcio per non gioire alla notizia che sarà finalmente Pierandrea Semeraro - il figlio fino ad ora più "panchinaro" del patron Giovanni, almeno dal punto di vista squisitamente calcistico - a prendere le redini dell'Unione Sportiva Lecce. Pierandrea prende il posto di suo padre dopo quattro anni di gestione, che hanno portato due volte il Lecce in serie A, ma hanno anche ridotto in cattivo arnese le casse della squadra. Dal trentasettene Pierandrea ci si aspetta un management all'insegna di una certa austerity.
Grande giornata di nomine per la curia di Lecce: ben quattro parroci nuovi di zecca sono stati nominati da Monsignor Domenico D'Ambrosio, che è già pubblicamente indicato come "l'Arcivescovo buono". Ecco la lista del rinnovamento: alla Cattedrale di Lecce esce monsignor Franco Leone, entra don Trifone Antonio Bruno; a San Francesco d’Assisi a Lecce entra don Elvino De Magistris; a Surbo, a Santa Maria del Popolo, arriva don Fernando Capone; a San Gregorio Nazianzeno di Acquarica di Lecce e Santa Maria della Neve in Acaya prende posto don Salvatore Scardino.
30 giugno 2010
Perché Vendola non finanzia le tv locali?
Il vendolometro di oggi mostra profonde oscillazioni, mostrando una faccia sorridente e un'altra inevitabilmente triste, perlomeno all'osservatore dotato della corretta combinazione di pelo sullo stomaco e di dovere di cronaca per consultarlo costantemente.
La notizia buona non può che essere la storia del giorno: l'apertura pugliese alla Cina - o cinese alla Puglia, che dir si voglia. Una di quelle aperture frutto della buona politica e, soprattutto, volontarie (con le copie delle borse Prada che ci sono in giro, non sai mai che se non riesci a esportare tu per primo, non ti ritrovi poi davanti a un mercato già saturo di trulli pieghevoli fabbricato a Shangai o di pizziche virtuali a Pechino). Eppure, evitiamo di forarci subito i lobi sinistri delle orecchie per la contentezza. La visita di Nichi Vendola nella regione del Guangdong, e gli scenari commerciali che derivano dalla firma della Dichiarazione d'intenti di sviluppo economico, tecnologico, ambientale, culturale, saranno anche una delle prime grandi notizie dal debutto del secondo governo regionale Vendola. Resta il fatto che, a meno che il vice-governatore del Guangdong Lin Musheng non si riveli per la Puglia una specie di Putin in scala ridotta (e la cosa pare assai improbabile) - per un Vendola sempre più Berlusconi di sinistra, due "vite parallele" anche per gli amichetti di penna all'estero, di quelli che ti rimangono nel cuore dopo i viaggi estivi - la strada per la Puglia realmente collaborativa con un mercato, un sistema produttivo e una mentalità come quelli cinesi, appare in salita. E' il duro confronto con la realtà. A meno che non si tratti davvero solo di insegnare ai cinesi a vestirsi da sposa. Ma speriamo, ovviamente, in tante sorprese quanti possono essere i dubbi.
D'altra parte, la notizia veramente brutta del giorno, dal fronte vendoliano, è quella che viene da una forte rimostranza mediatica, messa in piedi dal consigliere regionale - eletto fra le fila de "La Puglia prima di tutto" - Tato Greco. Il cosiddetto Tato lamenta, da una parte, i 480mila euro stanziati da una delibera della giunta regionale, in favore di 10 puntate di un programma di RaiTre, "Okkupati". Dall'altra, i mancati bandi di finanziamento regionale, per venire incontro ai costi di adeguamento al digitale terrestre delle emittanti locali. Se Tato ha ragione - Dio non voglia - si tratta di un brutto spauracchio. Quello di un Nichi più attento all'immagine nazionale della sua Puglia e di se stesso, che lo proietta inevitabilmente più vicino a Roma che a Bari, nella prospettiva che egli stesso non si è sentito mai di smentire - fosse anche davanti a Victoria Cabello di Victor Victoria - di essere chiamato a competere sul terreno delle politiche. E neanche un giorno troppo lontano.
29 giugno 2010
La Giornata Nazionale dell'Incontinenza
La Notte bianca 2010 a Lecce: ne abbiamo davvero bisogno?
Secondo i progetti del sindaco di Lecce Paolo Perrone e dell'illustre agenzia di comunicazione A&C Group (che sarà presente alla conferenza stampa di oggi, alle 11.30 a Palazzo Carafa, nella persona del suo numero uno Mauro Arnesano, ma che vanta, ahimé, un sito web aggiornato solo al 2003), la Notte Bianca 2010 sarà dunque una sorta di summa della movida leccese. Una sola serata in cui potrete trovare tutto il meglio delle altre serate possibili, condensato, ordinato, pettinato, spiegato e reso disponibile anche a chi di norma le notti non le frequenta, e a ragione. Una sorta di inferno dantesco - opportunamente suddiviso in gironi: quello musicale, quello enogastronomico, quello teatrale, quello sportivo, e via espiando. La Notte Bianca sarà un po' come quelle donne che poi sposiamo: perché averne altre se possiamo sforzarci di cercare tutto in una sola?
L'unico problema all'orizzonte, per gli organizzatori della manifestazione e per i collaboratori tutti (a partire dai signori rappresentanti di Provincia di
Lecce, Camera di Commercio, Università del Salento, Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, Apt Lecce e Accademia delle Belle Arti di Lecce), è l'ormai agguerrita concorrenza della costellazione di Notti Bianche alternative sparse per il territorio della Provincia. Le quali, anche se non in diretta contrapposizione cronologica con quella del capoluogo (come quella di Sternatia, lo scorso sabato, che ha bruciato tutte le altre sul tempo), comunque hanno fatto e faranno tanto per inflazionare e saturare la proposta dell'evento unico e irripetibile - come vorrebbero "vendercelo" gli amministratori - che non c'è e non ci sarà mai.
28 giugno 2010
Il vero significato della scultura di Ercole Pignatelli all'ingresso di Lecce
In edicola con "20 Centesimi" Per tacere del fatto che sarà quantomeno divertente capire cosa succederà, anche solo fra qualche mese, al colore di tutto quel polistirolo simulante pietra leccese, collocato dall'estro del maestro Pignatelli in uno dei punti più trafficati della Provincia. Guardate cosa succede dopo un anno alle facciate del Barocco appena restaurate, eppure sono quasi tutte collocate nel cuore del centro storico di Lecce. Ci saranno i fondi per ripulire ciclicamente un simile capolavoro? Oppure anche la faccenda della sporcizia che, gradualmente, si depositerà sulla scultura, è funzionale al discorso della metafora escrementizia della stessa?
25 giugno 2010
Fatta la ronda, trovato l'inganno
In edicola su 20 Centesimi.
Ronde sì, ronde no; ronde, infine, sì. O, almeno, così pare. La Corte Costituzionale ha in parte bocciato e in parte approvato le famigerate norme sulle 'ronde', previste dal pacchetto sicurezza del 2008-2009. La Consulta, con la sentenza 226 depositata ieri in cancelleria, ha fatto distinzione fra due tipi di ronda, di cui uno sarà esercizio legittimo di un diritto. L'altro, un piccolo abuso pronto da condonare. Ovvero, fatta la ronda, trovato l'inganno. Da una parte i giudici della Consulta hanno dato il via libera "all'impiego di cittadini non armati per segnalare eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana" [sic]. Dall'altra, hanno dichiarato illegittimo l'impiego delle 'ronde' in situazioni di "disagio sociale". Dunque, se tanto ci dà tanto, prepariamoci a una bella varietà di situazioni e di applicazioni. Soprattutto del concetto di "non armati": il campo che più si presta ad interpretazioni fantasiose e romanzesche.
Ronde all'italiana (ritardatarie, qualunquiste, di facciata); ronde fascistelle (rabbiose, revansciste); ronde di quartiere, ronde metropolitane; ronde chic (tutti neri, con divisa e tanto di basco e aquila imperiale), ronde trasandate (tutti vestiti diversi, ma in fondo uniti); ronde politicamente corrette (con grida d'avvertimento, con paternali), ronde scorrette (di azione immediata); ronde belle, ronde brutte. Ce ne sono per tutti i gusti, perché in molti, moltissimi le aspettavano. A dire il vero, per esse, erano in fibrillazione entrambi i tipi di potenziali protagonisti: quelli che le avrebbero date e quelli che non avrebbero voluto altro che prenderne, per darne ancora e ancora.
Nei paesi che consideriamo civili (vale a dire soprattutto quelli anglosassoni: Stati Uniti in primis), le ronde di quartiere esistono da anni, e si chiamano con uno dei tanti eufemismi che rendono grande la lingua inglese: "neighborhood watch" - vale a dire, più o meno, "osservazione del vicinato". Sono il primo degli sport sociali del cittadino medio di sobborgo americano. Dopo le riunioni degli alcolisti anonimi, naturalmente. Si stabiliscono turni e si sta apposto con la coscienza, perché più di una mazza da baseball non si può portare con sè, e si è comunque fortemente incoraggiati a fare la delatori alle autorità, quando si vede qualcosa che non va, piuttosto che intervenire direttamente sui vari casi, ed essere crepati di mazzate (come accade il più delle volte, del resto).
Non osiamo ancora immaginare quello che potrebbe essere la versione leccese e salentina di queste benedette ronde. Perlomeno, non con quello che leggiamo quotidianamente sulla colonne locali della cronaca nera. Bene che vada, le ronde arriveranno e andranno via, silenziosamente come è venuto il poliziotto di quartiere. Male che vada, nel cuore della nostra provincia riccastra ma pulp, altro che mazzate. Anche perché, nel buio della notte salentina, di ronda ce n'è sempre stata una sola: quella tutt'altro che silenziosa della malavita organizzata.
21 giugno 2010
I mostri da mostra
È buona norma fra i frequentatori assidui di mostre e vernissage quella di distinguere fra due filoni principali di "altri" frequentatori. Questo accade perché - vuoi per immodestia, vuoi per mancanza reale di competenze tecniche in merito di loro simili, o di "prossimo" in senso lato - i frequentatori assidui di mostre o vernissage si considerano al di sopra di ogni categorizzazione. Il panorama leccese non presenta, purtroppo, un numero abbastanza elevato di eventi artistici tale da permettere alle due categorie in questione di profilicare e di rivaleggiare, magari nella maniera massiccia cui siamo abituati dall'osservazione degli stessi fenomeni in città più grandi e attente agli assessori alla Cultura. Eppure, nonostante questo, ecco questi due tipi universali scavarsi le rispettive nicchie faticosamente nel tessuto sociale salentino, e renderci i destinatari della loro epifania - immancabilmente - anche all'inaugurazione dell'ultima mostra di "Lecce Spazio Vivo".
Il primo ci viene incontro - anche se sarebbe più corretto dire che ci è venuto addosso - non appena mettiamo piede nel raccolto spazio espositivo di via Palmieri. È il tipo "invitato". È sempre preparatissimo sull'artista esposto, come se quel tipo barbuto che agita le mani qualche metro più in là - e che non fa il minimo cenno di averlo riconosciuto, nè di volerlo salutare - fosse Pablo Picasso in persona. Anzi, spesso è preparato su di lui più di quanto non lo sia su Picasso stesso (fra l'altro in mostra per tutta l'estate 2010 al Castello Aragonese di Otranto). Ma questa è chiaramente un'altra storia. Il tipo invitato, comunque,
quale che sia il tema della mostra, anche se fosse una chiara occasione di raccolta fondi benefica o chissà quale altra diavoleria, comunque presenta un'espressione del volto inequivocabile. In cuor suo, chiede ogni secondo scusa al caro esposto per la presenza di ciascuno degli altri visitatori. Si scusa per i loro figli, per il loro approccio alle opere, per le loro stesse acconciature. Nessuno, d'altra parte, sa chi lo abbia tecnicamente invitato. Fatto sta che il tipo invitato ha in mano una brochure e non sta fermo un solo secondo.
La vita del tipo imbucato, al contrario, è molto più semplice, ma non meno fastidiosa. Si trova alla mostra perché, sulla strada per il McAndrew - il noto fast food amatoriale, ma non tanto amato, di fianco all'ex Istituto Margherita di Savoia - la sua fidanzata in pectore ha notato un quadro "ngraziato" sulla locandina del vernissage. Per questo, il tipo imbucato esegue un rapidissimo test psico-attitudinale nei confronti della suddetta fidanzata (quasi sempre di recente acquisizione) e stabilisce di essere effettivamente in grado di impressionarla. Da questo momento fino alla fine del suo soggiorno presso l'evento culturale da lui prescelto, il tipo imbucato non smetterà di parlare in dialetto stretto di quanto sia "particolare" la luce dei dipinti del caro esposto. Con una rapida considerazione su quanto debbano essere cari, lascia la mostra sicuro della durevolezza nel tempo della conquista appena fatta.
28 gennaio 2010
Vendola ovvero il Berlusconi di sinistra
Incassato lo straordinario risultato delle primarie pugliesi, che l’ha reso di nuovo protagonista delle peggiori trasmissioni televisive di prima e seconda serata nazionale, Nichi Vendola, il nostro Nichi Vendola, vede aprirsi davanti a sé una vecchia ma entusiasmante avventura: essere l’unico uomo di sinistra di successo italiano.
Un copione già scritto, almeno a livello locale. Ma, a farci caso, a guardare con più attenzione il Presidente uscente della Puglia, in una qualsiasi delle tante occasioni mediatiche che vi offre, vi accorgereste che una sottotraccia di cambiamento in lui si intravede eccome, questa volta. Nulla che faccia intendere chissà quale ribaltone comunicativo, o rivoluzione copernicana dei costumi, non sia mai: giusto i primi, incerti passi di una mutazione genetica. Ma una mutazione genetica che solo dei disfattisti potrebbero non accogliere come una flebile, eppur concreta speranza per tanti elettori italiani di sinistra. Che forse con Vendola potrebbero non essere più tanto lontani da un ultimo, definitivo turamento di naso, teso finalmente verso un mondo migliore.
Considerate qualche elemento, raccolto qua e là, su e giù per alcuni dei tanti media Diventa sempre più difficile sentire la gente parlare di Vendola, se non chiamandolo Nichi. Se non bastasse, fate attenzione a come Nichi, dal canto suo, si riferisce alla gente. La chiama “popolo”. Lo dirà affettuosamente, lo dirà coscienziosamente. Un conto è sentire questa parola provenire dalla sua pronuncia nordpugliese resa tenera e rasserenante da una certa zeppola e una grossa cultura, un conto è sentirla da Giulio Tremonti. Ma il popolo resta sempre il popolo: lì, nel suo habitat: “fenomenali poteri cosmici, in minuscolo spazio vitale”.
Ancora, fate attenzione al modo raffinatissimo con cui Nichi non risponde ai rimbrotti che gli rivolgono in televisione i suoi avversari. Il capolavoro è avvenuto da Vespa, durante la puntata del day after le primarie, scagliando solo irriverente e quasi divertito silenzio contro lo sbraitare qualunquista ma fascistello di Ignazio La Russa in persona. C’è solo un altro politico italiano che riesce a non rispondere agli interlocutori in questo modo, e forse in questo momento è un po’ più preoccupato.
Anche una delle più odiose usanze dei berluscones, seconda solo all’essere Maurizio Gasparri tout court, e cioè avere un suggeritore ufficiale da Ballarò, è stata sposata in pieno da Nichi. Certo, con un po’ di differenze: lungi dall’accompagnarsi da uno dei soliti energumeni che sostengono la dialettica delle Brambilla e delle Carfagna (veri e propri buttafuori del pensiero), Vendola ha con sé un raffinato tipetto orientalieggiante, dotato di foulard impaillettato d’ordinanza.
Nichi, il nostro Presidente, sta diventando il nuovo Silvio di sinistra. Come se ce ne fosse mai stato uno, come se ce ne fosse mai potuto essere uno, strilleranno gli antidalemiani. Mi correggo: Nichi sta diventando “il” Silvio di sinistra: il primo e unico che sia sia conosciuto. Dire che quando scrivo “Silvio di sinistra” io intenda, come si suol dire, in senso buono, è talmente sottinteso che non mi degno neanche di affrontare la questione. Dico solo che Nichi è il Silvio di sinistra che tutti vorremmo avere come figlio e nessuno come padre, per un’ovvia questione di dividendi, ça va sans dire.
In vista delle sue seconde elezioni regionali, Nichi comincia a delineare più chiaramente la sua sottile trama di rinnovamento e potenziamento d’immagine. Si pone più corporale, più sudaticcio, più tangibile che mai. Più tangibile, forse, ma come i grandi comunicatori lo sono: giusto per ricordarci, all’occorrenza, della necessaria distanza.
Se l’ideologia non esiste più per nessuno, perché deve esistere per me? - si sarà domandato Nichi, una sera allo specchio. Se si votano le persone - o, meglio, la persona - perché non cercare semplicemente di essere la migliore persona possibile?
I più crudeli, i meno creduli, sghignazzeranno affermando che il vendolismo sia un berlusconismo debole: il berlusconismo di chi, invece di poter fare la voce grossa, riesce a dire la sua solo grazie al fatto che altri non sono riusciti a farla abbastanza grossa (leggi i gruppi dirigenti, fallimentari ma altamente strategici, del Partito Democratico).
Ma qual è la massima espressione del nuovo vendolismo? I più anziani fra di voi risponderanno con battutine da caserma. Ma non è questo il punto. La risposta dei più giovani e informatizzati, sarà senza dubbio più soddisfacente: le videoletterine di Nichi. Seguite subito, ma a distanza di sicurezza, da almeno uno dei gioiosi coretti che ne hanno caratterizzato la campagna elettorale per le primarie: “Un Presidente / c’è solo un Presidente / un Presidente!”; oppure, ancora più inquietante (ma nient’affatto sinistro): “Menomale che Nichi c’è”.
Nichi, quel Nichi, è talmente distante dalla politica e dai politici che se, all’indomani di un prossimo ed ulteriore successo elettorale in sede regionale, dovesse pensare di riprovarci con la ribalta nazionale, la sua non sarebbe solo una candidatura, ma una scesa in campo. 16 anni dopo.
Accadono cose interessanti e inquietanti nel nostro Paese. L’unico uomo che riuscirebbe davvero a tenere testa a Berlusconi; l’unico che potrebbe dunque avere successo in un’impresa talmente ardua che neanche i più esperti e motivati dirigenti e frontman di qualunque partito di centrosinistra italiano ci sono riusciti fino ad ora; è anche l’uomo che somiglia di più al suo avversario naturale.
Quando si dice che Berlusconi ha cambiato il nostro paese per sempre, non lo si dice con abbastanza convinzione se non si pensa anche ad un fenomeno del genere, prima di cambiare canale una volta per tutte. Non possiamo non unirci a uno di quei cori: comunque sia, chiunque sia, menomale sul serio che Nichi c’è.
