15 ottobre 2010
Paolo Perrone all'Accademia Chigiana
Un gentilissimo invito della Confcommercio di Siena è stato inoltrato al Comune di Lecce, e colto al volo da Paolo Perrone. Insieme a rappresentanze delle città di Siena stessa e di Venezia, Lecce è sollecitata a partecipare a un dibattito sul turismo nelle città d'arte. Per la precisione, il tema è come il connubio fra turismo e città d'arte dovrebbe essere gestito, "per garantire, da un lato, gli aspetti più strettamente economici, dall'altro il mantenimento e la fruibilità di monumenti, palazzi, chiese e altri elementi del patrimonio delle città". "Alla faccia del bicarbonato di sodio", direbbe, a questo punto, un amministratore locale con una discreta cultura cinematografica e anche solo una leggera infarinatura di senso del realismo. Una tematica difficilissima - che rasenta a tratti la vera e propria patata bollente - da affrontare su un terreno ancora più irto di pericoli, per il nostro buon Perrone (unico rappresentante del Comune di Lecce presente nell'occasione): la prestigiosissima, parrucconissima Accademia Chigiana di Musica. Una location che, probabilmente, metterebbe soggezione anche al più poetico e immaginifico dei governatori regionali italiani; figuriamoci a un Dottore Commercialista di livello comunale, per quanto ex-bocconiano (o, anzi, proprio perché bocconiano).
Fatto sta che, complice la moderazione del critico d'arte, esteta e alsaziano Philippe Daverio, anche Perrone oggi prenderà parte a una discussione che coinvolgerà i suoi colleghi amministratori Carla Rey (assessore al "Commercio, alla Qualità Urbana e alla Tutela del Consumatore" del Comune di Venezia) e Maurizio Cenni, sindaco di Siena. Corredano il tutto le presenze, più o meno minacciose, di esponenti del gotha della cultura toscana e, dulcis in fundo (inteso anche come "fondi" economici), Paolo Corchia di Federalberghi, il presidente del Gruppo Monte dei Paschi di Siena Giuseppe Mussari (venerato in loco come un re taumaturgo) e il non meno sacrale ed esigente - anche in fatto di umiliazioni fantozziane al suo cospetto - Gabriello Mancini, presidente della Fondazione Monte dei Paschi. Quando l'antica "Sala della Musica" si aprirà sui relatori, ecco, diversi sindaci di municipi candidabili al ruolo di "città d'arte" saranno contenti di essere stati scartati a priori dalla terna.
Il fatto è che il sindaco Cenni avrà principalmente il compito di fare gli onori di casa. Tutti gli oneri graviteranno su Perrone e Rey. La quale, sfoderando tutta la sua parlantina meritocratica, da profondo nord-est; nonché il fatto di aver aperto più e più musei del suo territorio (fra cui: Accademia, Ca’ Rezzonico, Museo Storico Navale, Museo Diocesano, Fondazione Cini) e, da non dimenticare, non avendo mai nominato Massimo Alfarano Assessore alla Cultura del suo Comune di appartenenza, avrà probabilmente un canale di accesso priviegiato all'attenzione dell'uditorio.
Insomma, le circostanze, probabilmente, vorranno qualche proposta organizzativa in più, da parte di Perrone, rispetto al solito vivacchiare di rendita e lasciar fare all'Azienda di Promozione Turistica. Qui, sia detto per inciso, in un pezzo in cui vogliamo più divertirvi che annoiarvi, è in gioco la sostenibilità stessa di un turismo di massa prossimo venturo nella nostra città di riferimento (chè, per ora, non ne abbiamo altre). Un turismo che non va certo organizzato col preservativo, non sia mai ci prendiamo qualche malattia; ma non può nemmeno essere lasciato alla mercè dei tour operator oligopolisti dei nostri meravigliosi cortili e facciate. Quando ce ne saranno, ovviamente, di tour operator davvero interessati al nostro sfruttamento e alla nostra lenta, ma inarrestabile, corruzione architettonica e sociale.
Ora, però, lasciateci il tempo e lo spazio di un'invocazione alla entità - neopagana o paleocristiana che sia - che protegge gli amministratori comunali dalla Cultura (Dio scampi sempre loro da ogni forma di accumulo o di ritenzione del sapere), non ci resta che credere fermamente nella possibilità che vengano scattate e pubblicate quante più foto possibile, di questo incontro fra Perrone e i parrucconi senesi. Speriamo solo che non porti sfiga l'atto stesso di aver rivolto la presente invocazione. Per quanto riguarda il sindaco stesso, si sa, non credendo nell'esistenza di 20Centesimi, sarebbe molto dura trattenerlo dal pubblicare le foto, con un articolo uscito in una sede come questa.
5 ottobre 2010
Come recensire il romanzo giallo di Oronzo Limone
Siamo da sempre avidi fruitori tanto di cronaca nera quanto di spy stories. Per noi, le rapine della banda della Toyota Aygo, fra San Cesario e Leverano e le avventure intramonasteriali di Adso da Melk, se proprio non sono una cosa sola, ecco, capita che occupino momenti relativamente contigui di una giornata di intensa lettura.
Dunque, per forza di cose, quando abbiamo avuto notizia dell'uscita de "Il segreto della miniatura", non abbiamo preso fra le mani il romanzo di Oronzo "Renzo" Limone, uscito per i tipi di Manni Editori (183 pp., 16 euro), scevri da qualunque forma di pregiudizio. Non lo avremmo fatto comunque se Renzo fosse stato semplicemente un accademico di alto rango, prima di diventare orditore di fiction dal fascino misterioso; e non lo abbiamo fatto - a maggior ragione - dal momento che lo stesso Renzo è stato un rettore "politico" dal potere formidabile, per molti eccessivo, su un grande Ateneo del Sud Italia: quello salentino. Che un anno fa Limone sia stato rinviato a giudizio per abuso d'ufficio e falso in atto pubblico, è una questione ancora altra, sulla quale non vogliamo farvi soffermare più del dovuto. Saremo dunque peggiori della "Gazzetta del Mezzogiorno" - che, invece, è riuscita a recensire lo stesso libro senza fare il minimo riferimento ai trascorsi giudiziari del suo Magnifico autore - esclusivamente nella fase di questa premessa: confessiamo di avere avuto dei pregiudizi di natura morale e di averli abbattuti.
"Il segreto della miniatura" non è solo un buon libro giallo firmato da un ex potente, col contorno dei soliti sospetti di averlo commissionato a un ghost writer sensibilissimo (perlomeno nel prenderci in giro fino al punto da disseminare certe ingenuità assolute nei dialoghi: "Scooby avrà la sua cuccia a casa mia"). C'è di più: la verità è basta leggerne qualche pagina perché ci si renda conto che sono alte, altissime le probabilità che sia un buon libro giallo realmente scritto da un ex potente, magari con qualche senso di colpa e un bel po' di Letteratura medievale alle spalle. Fra l'altro, nessun ghost writer riesce ad essere pagato per libri di meno di 600 pagine. Siamo insomma davvero davanti a una sorta di codicillo Da Vinci de' noantri, ma con meno voglia di fare "botteghino" e tanti meno anacronismi madornali.
Infatti, se mai questo volumetto agile ma, densissimo di avvenimenti, di cambi di location e superbe descrizioni (le famose "descrizioni" che i giovani lettori aborrono, contro i ben più attesi "dialoghi", qui oggetto di un tentativo di rivalutazione senza precedenti, da parte di uno scrittore ) dovesse passare alla storia della letteratura, sarebbe per il modo in cui l'autore si palesa nel suo personaggio, rigorosamente voce narrante.
Rispetto a Dan Brown, Renzo "Lemon" ha un grande punto di forza: non vuole assolutamente destare a tutti i costi l'attenzione del suo lettore, magari con una bella farcitura citazioni e riferimenti culturali scelti a tavolino fra i più "cliccabili" (la solita triade Vaticano, Massoneria, Occultismi vari). Tutt'altro: vuole davvero interessarlo. Lemon, come un vero professore privo di manie di protagonismo da PowerPoint, nel suo romanzo mette in gioco pochi ma buoni elementi e, per quanto possano essere effettivamente importanti le coordinate storico-culturali in cui li fissa, l'impressione di chi legge è perennemente che contino di più i collegamenti fra gli elementi a disposizione che gli elementi stessi, o i preti che si indignano.
Per questo, come dicevamo, quello che rende ancora più speciale questo libro, all'interno del suo particolarissimo genere (che corrisponde, all'ingrosso, ai libri scritti da ex potentati, con forte sospetto di avere un ghost writer, che poi si rivela essere l'ex potentati stessi), sono le sue descrizioni di ambiente. Come siano ancora più dialogiche dei dialoghi presenti: sempre psicologicamente carichissime, sempre le parti di un capitolo a fare la differenza. Le migliori, quelle degli atteggiamenti e delle fisime del bibliofilo colto nel suo sancta santorum: la sala lettura.
Il definitiva, la cosa che ci stupisce di più leggendo "Il segreto della miniatura" "tutto d'un fiato", non è tanto che Renzo Limone avrebbe potuto fare il ghost writer di un altro potente, e vivere felice così, rivoluzionando dall'interno un genere letterario saturo e decadente, come è quello del tentato best-seller italiano sulla falsariga dell'ultimo autore di strasuccesso anglofono (e ce n'è per ogni sottogenere, dagli epigoni lucani della J.K. Rowling di Harry Potter, fino ai wannabe Gianrico Carofiglio di Mondragone, considerando, oltre al "passato", anche Bari una "terra straniera").
Quello che ci fa tremare le mani, nel momento stesso in cui chiudiamo il semplice ma costoso paperback prodotto dai Manni, è che quello che veramente ucciderà questa prima edizione, dal punto di vista delle prospettive di vendita su suolo nazionale, non è certo il fatto che sia stato scritto da un ex rettore leccese, ma il fatto che abbia una copertina orribile.
4 ottobre 2010
Discorso fu "Leffico Famigliare"
Tradizionalmente, due cose sanno fare bene gli italiani di sinistra, quando non godono di particolari immunità parlamentari, né di piccoli grandi imperi editoriali: fare satira sulla destra e fare satira su se stessi. Cioè: su quel che di buono resta della sinistra italiana. E' a questi italici eredi di Sileno e di Marsia che dobbiamo le poche risate che riusciamo a strappare al nostro cuore, di questi tempi difficili: non scordiamolo mai. Dio solo sa se esisteranno mai dei satiri italiani di destra; e se la definizione stessa di satiro potrà mai essere compatibile con una sola delle caratteristiche (o delle lacune) culturali, linguistiche, comportamentali della parte del nostro "Popolo" che propende per le "Libertà". E chissà se questa incapacità congenita di fare satira sia più uno dei limiti del Pdl nella corsa all'onnipotenza, o più uno dei motivi del suo "relativo" successo.
In ogni caso, resta da augurarsi, visti i brillanti risultati ottenuti, che lo stesso Dio non voglia mai che l'ingegno o il pane abbandonino mai i nostri satiri di sinistra - neppure nel momento della primaria più dolorosa, neppure al termine della diatriba a Ballarò più stravinta. Neppure, ci sia consentito dire, davanti al successo e alle ulteriori prospettive di un politico di sinistra vincente come Nichi Vendola è sempre stato. Nel caso di Vendola, la satira è sempre stata divisa. Chiunque è in grado di satirizzare, almeno col pensiero, un politico semplicemente brillante ma distante, aulico come è stato Massimo D'Alema. Molti sanno concepire sfottò sui temi sacri a Romano Prodi e alla bolognesità che ha rappresentato, accademica del sapere quanto del gusto, lenta ma inesorabile nel fornire le sue chiavi di lettura del mondo (se ce ne sono). Ma pochi, tranne giusto il geniale Checco Zalone dei primordi televisivi (su TeleNorba, e parliamo di ere politiche fa), sono riusciti a satireggiare efficacemente sul nostro attuale bimandatario governatore regionale. Fino ad ora.
Il perché di questo è molto semplice. Vendola, nonostante il suo enorme acume dialettico e la sua miracolosa capacità di raccogliere consensi, è sempre stato troppo apparentemente "debole" per essere oggetto di una satira davvero divertente. Ha troppi difetti di pronuncia, troppi tic verbali e stilistici, troppe anomalie politiche per poter essere colpito da un comico senza dare l'impressione - bene che andasse - di fare battute troppo facili o di sparare sulla Croce Fucsia.
Con il secondo successo alla regionali le cose hanno cominciato a cambiare. Ma era bastato l'annuncio della sua ricandidatura a far sì che programmi televisivi satirici di primo piano nazionale (vedi Maurizio Crozza) prendessero la dialettica vendoliana e la sottoponessero finalmente al vaglio dell'unico modo di fare critica e, al tempo stesso, di esprimere stima che i satiri conoscono: coglionare. Senza che detta dialettica, naturalmente, non solo non ne uscisse particolarmente intaccata, ma anzi fosse rafforzata nella sua straordinaria iconicità.
Quello che ha stravolto tutto è stato l'annuncio di Vendola a scendere in campo come possibile candidato premier alla prossime politiche. Ora non più solo i capocomici delle emittenti televisive libere, ma anche i più umili guitti di YouTube hanno cominciato a prendere di mira - con più o meno seguito, con più o meno bravura - l'eloquio vendoliano: sempre troppo forbito, troppo ansioso di essere apprezzato (come un scolaro bravissimo alle interrogazione, ma tanto desideroso di essere apprezzato anche a tavola, dai familiari). Ancora una volta, ma più di tutte le altre volte, questa satirizzazione ha significato, da una parte, visibilità; dall'altra, anche un certo minimo risentimento (soprattutto dei piccoli, soprattutto dei pugliesi, soprattutto dei puri) davanti al cambio di rotta dei progetti di Vendola per il suo futuro.
Chi è riuscito a mettere insieme tutte queste osservazioni e critiche più o meno velate meglio di tutti gli altri satiri è stato Paolo Cosseddu (popolino.splinder.com), uno strano sardo che, pare, risieda nientemeno che a Biella. Il suo blog - "Popolino", che riproduce il font del più famoso settimanale a fumetti per ragazzi - ospita da qualche giorno un post dedicato proprio a Vendola, dal titolo: "Leffico famigliare". Il tono è quello di un dialogo filosofico che ha per protagonisti Nichi, Fratello, Madre e Padre. Il pezzo fa centro perché descrive le difficoltà di Nichi bambino ad ottenere attenzioni e pietanze calde finanche da una madre che lo partorì "nel gelido addiaccio di una notte illuminata da una ftella folitaria"; mentre il fratello, più sintetico ed essenziale nel formulare le sue richieste, riesce a spuntarla su tutto. Dove fa ancora più centro, però, è nella componenete cattocomunistica del tutto: da quella "ftella", infatti, parte un discorso cristologico che culmina nell'immancabile "Chi fa la fpia non è figlio di Maria, non è figlio di Gefù e quando muore va laggiù" - "Laggiù dove?" - " A Brindifi".
2 ottobre 2010
Quella rive gauche dietro le Officine Cantelmo
Chi sostiene che nel destino della nuova sede delle Officine Cantelmo (inaugurata giovedì da Paolo Perrone e dal suo entusiasmo per le emeroteche) ci sia solo l'ennesimo caso alla Striscia la Notizia di sottoutilizzo di una costosa ristrutturazione pubblica, ecco, si sbaglia di grosso. Evidentemente, chi pensa di poter portare avanti argomentazioni del genere non è mai stato ubriaco di birra Gordon's doppio malto del Trumpet, il pub dai coperti più ambiti della zona. Oppure, non si è rifornito di culatelli stagionati presso la piccola, deliziosa salumo-panino-enoteca che dà sulla Chiesa Greca, ed è il primo biglietto da visita gastronomico che Lecce, timidamente, porge ai forestieri che decidano di fermarsi in uno dei Bed & Breakfast "alternativi con charme" della piazzetta.
Certo, i numeri e le immagini che i quotidiani salentini snocciolano su questo secondo spazio meritato da Alessandro Delli Noci e dalla sua equipe, sbalordiscono i più. La sola illuminazione è frutto dell'esperienza della ditta "Idealuce" di Franco Ingrosso (ricordato dal Quotidiano così, come se un architetto della luce di grido). Gli arredi sono della ditta Cubico di Galatina. Sic, come se fosse l'articolo "antico" di una puntata di "Ieri e Oggi" di Chiarella D'Ambrogio sul Corriere del Mezzogiorno. Si aggiunga una scultura "gigante" del maestro Bruno Maggio e il fatto che tutto questo è costato un milione e mezzo di euro, più altri 500.000 attesi, e si avrà un'idea delle proporzioni dell'operazione.
Forse, questi scettici hanno dalla loro l'essere passati da Corte dei Mesagnesi ieri pomeriggio, a dare un'occhiata al day after l'inaugurazione. Si sono imbattuti in porte e finestre sì sprangate, ma accuratamente sorvegliate da videocamere, curiose come vicine di casa paesane, ma hi-tech e ancora più instancabili osservatrici di quello che accade intorno. Quello che questi facinorosi forse non capiscono è che l'apertura di questo nuovo spazio consegna definitivamente ai leccesi qualcosa che è molto di più che un luogo di confronto di idee artistiche, culturali e musicali. Posto che mai, nel corso della lunga storia delle idee artistiche, culturali e musicali, sia stata necessaria una palazzina a due piani da un milione e mezzo di euro di sola ristrutturazione, perché queste fossero effettivamente confrontate. Quello che le Cantelmo 2 offrono ai leccesi, giovani o con giovani che siano, è un biglietto di seconda classe per un sogno: la consacrazione finale di una rive gauche leccese che possa contrastare con orgoglio la cosiddetta movida, ormai apertamente di centrodestra. Una rive droite in cui ormai non tutti si riconoscono, e che altri sinceramente non si possono proprio permettere.
Il futuro di questa parte di Lecce (che va dal tribunale al vecchio "Angiulinu") non è solo nei convegni di giovani avvocati che le Cantelmo 1 hanno saputo fidelizzare, fra una festa con Tony Rucola e un'altra. E neanche nei pur prestigiosi gadget personalizzati che l'UniSalentoStore, lo spaccio ufficiale del merchandising targato Università del Salento, propone, manco fossimo a Yale. Eppure, le due Cantelmo faranno sempre più convergere in questi incroci, in queste piazzette, e anche presso i pub e le vinerie che spuntano come brufoli in via Umberto I (un tempo di confine, ora apparentemente passata alla "gauche")
Dove un tempo era il piccolo grande impero immobiliare della "Mara" (storico travestito di polso salentino), una nicchia in crescita del popolo della notte leccese trascorre il suo tempo; divora le sue patate al forno da fame chimica; ci prova con ragazze vent'anni più giovani, in ricordo di una moglie che non esce più o che è scappata con un marketer del vino di Verona.
Al limite, questa sarà una rive gauche dotata di una struttura pubblica costosa e inutilizzata, ma sarà pure sempre un rive gauche. Del resto, da che mondo è mondo, le rive gauche sono dei bellissimi posti (nessun intellettuale medio, che sarà anche un intellettuale, ma non è mica scemo, ci andrebbe a stare, altrimenti) che però hanno qualcosa che non quadra, qualcosa che non funziona o che non funziona come dovrebbe funzionare, se fosse sulla rive droite. Qualcosa da cambiare. E cosa di meglio si può sperare di cambiare, di trasformare, dii ribaltare, rispetto a uno spazio che lascia definire una "Mediateca polivalente strutturata in tre macro aree"?.
28 settembre 2010
Tutti a Lecce per fare la Festa alla Polizia
Sebbene possa sembrare incredibile, in una città in cui la figura del poliziotto di quartiere ha sempre avuto poco senso (giacché è già da tempo consolidata quella del poliziotto di condominio); nella serata di ieri la presenza delle forze di Polizia per le vie di Lecce è stata ancora più gaia e massiccia del solito.
Anche a distanza di centinaia di metri dai due punti focali della Festa Nazionale della Polizia (piazza Duomo e il Castello Carlo V), le camionette erano tantissime e l'atmosfera generale - fra moltitudini di poliziotte in gonna e di altri veicoli storici in bella mostra - era molto serena e festosa. Talmente serena e festosa che perfino in via Trinchese, in cui diversi agenti in tradizionale atteggiamento antisommossa erano fermi all'altezza del Teatro Apollo, la gente che, altrettanto tradizionalmente, ne avrebbe temuto anche un cenno di saluto, ieri sera tendeva felice le mani verso quegli scudi trasparenti. Senza sospettare minimamente che, in realtà, quegli agenti erano davvero antisommossa.
La Festa della Polizia è un rito itinerante da diversi anni. Questo è l'anno di Lecce e tutto è stato organizzato alla perfezione. Si celebra San Michele Arcangelo, il protettore della Polizia, che decora le pareti delle migliori questure italiane sottoforma di uno spirito del bene che infilza - con una spada ben affilata in una mano, e una bilancia nell'altra - un diavolone che non vi dico.
Gli stand di piazza Sant'Oronzo risplendono già da domenica di autorità, velocità e vari gadget (preferibilmente color blu). Ma il bello veniva ieri: alle 18 la benedizione impartita dall'Arcivescovo di Lecce Domenico D'Ambrosio, nel corso di una messa solenne che ha visto la partecipazione del ministro leghista dell'Interno Roberto Maroni; nonché quella del Capo della Polizia dal cognome più esplicativo di sempre: Antonio Manganelli. Non mancava neanche un leccese d'eccezione: Alfredo Mantovano, sottosegretario nello stesso ministero di Maroni.
Le parole pronunciate da Manganelli, nell'occasione dell'incontro coi cittadini di Lecce, avvenuto poco prima della funzione, sono state inequivocabili: "Queste sono occasioni di incontro che ci permettono di ricordare le quotidiane soddisfazioni, i successi, le gioie, e anche i dolori profondi che vive un'istituzione complessa come la nostra, fatta da oltre 100 mila persone che sono quotidianamente esposte al pericolo. Perciò amo dire che queste non sono feste, ma occasioni di incontro".
Al termine della cerimonia religiosa, ecco quella civile, ancora più partecipata, della traslazione dei corpi del ministro e delle centinaia di cariche dello Stato presenti (sindaci e principali assessori di qualunque paese della Provincia di Lecce, Brindisi e Taranto, inclusi). La quale traslazione avviene, per forza di cose, in maniera del tutto autonoma e semovente; salvo essere seguita a passo d'uomo da una serie di autoblu che, nell'occasione, molti monelli di strada, ormai anziani, hanno inavvertitamente scambiato per "li funerali di qualche personaggio importante della televisione". Non si era mai visto, all'altezza dell'immane ingorgo creatosi all'incrocio fra via Trinchese e via XXV Luglio, un tale spettacolo di uniformi e divise. Quelle, più sobrie, degli alti funzionari di Polizia erano accompagnate da quelle multicolore degli ufficiali di Marina, dell'Esercito e dell'Aviazione. Neanche un bambino al di sopra dei 12 anni di età, in quei fatidici momenti in cui il corteo faceva il suo ingresso nell'antico Castello di Carlo V, sognava altro futuro se non nelle Forze dell'Ordine, per sé e per i suoi amichetti del cuore (che, nel frattempo, si azzuffavano per un McFlurry qualche metro più in là).
I più composti, una volta tanto, sono senza dubbio i giornalisti. Capeggiati dall'ottimo ed elegantissimo Marcello Favale.
In ogni caso, al di là delle considerazioni che, certamente, i meno sensibili al problema della pubblica sicurezza potranno fare sull'evento di ieri, quello che conta è che sempre più Lecce si sa distinguere e ormai anche celebrare nel ruolo di città sede di eventi e di iniziative di livello nazionale.
Per tutto il resto, per quello che è avvenuto alle 21 all'interno del Castello (ovvero il conferimento del Premio San Michele a chi si sia distinto per "coraggio, altruismo, solidarietà e legalità"), ci sarà una differita targata Rai e condotta da Paola Saluzzi e Fabrizio Frizzi.
24 settembre 2010
Quei nuovi comunisti allo Zei
Zei Spazio Sociale (un escamotage elegante e ben arredato per non definirsi "centro sociale") sorge in un appartamento al piano terra di Corte dei Chiaramonte, nel cuore del centro storico di Lecce: un toponomastico aristocratico, ma niente affatto in contrasto con una frequentazione (più di 1600 soci) che ha mostrato e mostra di essere di vedute molto larghe, in fatto di base sociale. Lontani anni luce dalle posizioni che, altrove, rendono circoli come questo più esclusivi di intere sezioni della Lega Navale, che magari sono dotati di sedute dal design decisamente inferiore, rispetto allo Zei. Luoghi nobili al contrario, ma con lo stesso sprezzo per il diverso o l'emarginato, solo perché ha una macchina che non perde olio o una Milf per genitrice.
Per lo Zei, il programma sociale di questo settembre 2010 è uno dei più importanti di sempre. Le attività del circolo ARCI (Associazione Ricreativa e Culturale Italiana) più frequentato e in vista di Lecce sono ripartite dopo una pausa durata tutta l'estate: la Festa di Riapertura del 10 e quella di ieri sera coi "Playontape"; i dj set dell'11 e del 18; le mostre d'arte di "Fusione". Ma, ben più importanti, le cinque giornate di congresso, che terminano proprio stasera e corrispondono al quinquennale dalla nascita di Zei. Suddivise per tema (Riflessioni sull'Ambiente; sulla Cultura; sull'Immigrazione; su Lavoro e Formazione), le Giornate sono state probabilmente il più riuscito tentativo giovanile o tardogiovanile, da parte dei leccesi, di impostare un dialogo su quello che sta accadendo alla politica italiana, in questi anni di digestioni e indigestioni di tutto quello che sembrava dovesse essere un tabù, e invece era possibile. In questi anni, del resto, in cui il principale partito della sinistra è anche l'acronimo della castima più amata dagli italiani.
Basta avvicinarsi alla sede dello Zei di qualche metro in più, rispetto alla consuetudine, per rendersi subito conto di quanto sia pregiudiziale l'idea che alcuni genitori di estrazione fighetta urbanizzata o suburbana in generale si fanno di questo luogo, non appena i loro figli cominciano a frequentarlo o a chiedere per l'onomastico una felpa con su scritto "Gattocomunisti siempre". E' il grande giorno del Congresso, in cui si dovrà annunciare il successore del Presidente che ha portato lo Zei ad essere quello che è oggi. E, nella fattispecie di queste ore, un posto allegramente pieno zeppo di alcolici e di bei giovani di orientamento politico un po' più che progressista, fra i venti e i trent'anni (con qualche eccezione in ambo i sensi di marcia).
Il bisogno di fresco li costringe a sedere un po' tutti sulle soglie delle case intorno alla sede, mentre il loro capo spirituale parla a un microfono abbastanza potente, forse, da rimettere in moto lo spauracchio delle continue minacce di cause legali o scopettoni - da mossi a molto mossi - da parte del vicinato. Eppure non smettono di essere fieri dell'aspetto curato, tutt'altro che pauperistico, che sono riusciti a dare alla loro sede. Anzi, si fa anche un discreto servizio d'ordine intorno alla Bmw station wagon che, tradizionalmente, campeggia nello spazio antistante all'ingresso dello Zei. Apparterrà all'unico vicino che non si lamenta, c'è da credere.
Oggi si fa il bilancio di cinque anni di attività. Ci sono preoccupazioni per quali saranno gli esiti delle proteste contro la legge 133 della Gelmini; ma anche tanto entusiasmo per le riunioni Arcilesbica che qui si sono svolte, nonché per la temperatura raggiunta dalle lettine di Red Bull che qui si sembra gradire molto, soprattutto in concomitanza con la vodka. Deve essere per l'origine ex marxista di questo cocktail, che dai peggiori autogrill di Brno è andato diffondendosi anche per mezza Europa filoccidentale. Capiamo definitivamente che le cose stanno cambiando, anche per questi dolcissimi comunisti, quando, al passaggio di due freschissimi coniugi evidentemente di centrodestra (quanti pianificatori quinquennali conoscete che si fanno prestare una Mercedes classe E per maritarcisi dentro), le loro donne esclamano, ingenuamente, come se non ci fosse niente di più organico da dire: "La sposa!". E il bello è che parecchie di loro sono anche molto carine.
22 settembre 2010
Cos'è il culto di San Gisponzio
Sembra che la società di oggi non riesca ad alimentare molti culti all'infuori di quelli generati o dai fenomeni pubblicitari - credi profondissimi, anche monoteistici a tratti, che non durano però più di una stagione televisiva - o da quella parte della produzione cinematografica che, instancabilmente, cura l'immagine delle malavite e dei malavitosi. Un lavorio contro cui tutte le arti della cronaca nera - perfino se passata in televisione - possono sempre meno, avviluppate come sono dalla santificazione di quello che i critici definiscono eroe negativo; ma che chi ne ha davvero incontrato uno per strada, semplicemente, chiama mafioso.
La nostra capacità di credere in qualcosa è ormai talmente particolarizzata e, a un tempo, anonimizzata al cospetto delle grandi fedi di massa del passato, che i polemisti ritengono che sia solo una questione di tempo e ognuno di noi corrisponderà al proprio idoletto personale. Questo, in maniera non dissimile da quanto fece Time Magazine qualche tempo fa, incorniciando come uomo dell'anno, in una sua copertina epocale (argentata, con effetto specchio), nient'altri che "you" - il lettore. Noi, tutti.
Solo un uomo, vestito di un'ampia tunica scura; dotato di lunga barba bianca e di una bella tre quarti di "Dreker" in mano (che impugna con la stessa interessata indifferenza con cui i suoi colleghi cattolici recano in mano i rametti di palma, simboli del loro martirio) può fare qualcosa per salvarci. O, quantomeno, per sbronzarci. Prima che che don Tonino Bello possa fare il grande salto di qualità; proprio ora che Padre Pio, che invece lo ha già fatto, pare essersi un po' imborghesito; solo uno sembra poter rispondere alle nostre primigenie esigenze di culto e di dionisiaca adorazione di qualcosa che non sia né Steve Jobs né i nostri pettorali. Secondo Dario Vadacca, che della relativa Chiesa è Pontefice Massimo, quest'uomo risponde al nome di San Gisponzio.
Io lo immagino, il Pontefice-Mago di Oz-Vadacca, nell'atto di dare vita - al posto che riceverne - al suo piccolo, grande Dio: parodizzando, in cuor suo, metà delle iconografie rinascimentali sacre. Le mani dell'uomo e della divinità sono tesissime, fino quasi a toccarsi al centro del cielo e del mondo, mentre ci accorgiamo che in realtà niente si sta creando, niente si sta distruggendo, ma Dio sta solo chiedendo da accendere ad Adamo, che gli ha appena passato una canna. Ma lasciamo alla Parola di Papa Vadacca il compito di definire meglio le dottrine dei gisponziani.
"Il culto di S. Gisponzio parte da un'idea manichea del mondo: esiste il bene, costituito dal divertimento e dallo spirito goliardico, ed esite il male, costituito dalla negazione di tutto ciò. Sembrerebbe una filosofia edonistica ma non è così, poichè a muovere le azioni del fedele non è solo il piacere ma anche il dovere nei confronti della causa e degli altri adepti". Il Pontefice continua: "E' necessaria un'incrollabile fede nella botta di culo, intesa come strumento che consente di superare gli umani limiti e può condurre ad esito positivo qualsiasi prova non superabile con le nostre sole forze". Non è difficile immaginare che la Bibbia di questa fede potesse essere già presente in molti dei suoi adepti, ben prima della rivelazione della Parola gisponziana, ma aveva bisogno di una codifica, che Vadacca, da perfetto sacerdote moderno, ha deciso di affidare ai social network. Già 549 spiriti eletti sono fan facebookiani di San Gisponzio: un numero certamente destinato a crescere, ma senza esagerare, a patto che i nuovi arrivati non portino da bere, beninteso. Soprattutto sono tenuti a farlo in occasione delle Feste Patronali in onore di Gisponzio (di cui l'ultima, celebrata alla Masseria Le Fattizze lo scorso 31 luglio, non lontano da Torre Lapillo).
I pessimisti possono pensare che la cultualità di Gisponzio altro non sia una versione deviata del noto "vaffanculo pensiero" (di cui, del resto, certo non mancano notevolissimi interpreti salentini). In realtà, crediamo che la verità stia da un'altra parte.
Da sempre, o da troppo tempo perché non cerchiamo almeno ricordarcelo, la storia delle religioni, insieme con quella delle arti figurative, con infiniti esempi, riti e tradizioni, non ha fatto altro che provare a insegnarci che tutto quello che conta, per vivere bene in questo mondo, è credere in qualcosa che apparentemente non ne faccia parte. Che ne sia migliore, superiore, o anche solo diverso. Prendete, non a caso, Steve Jobs o Gigi D'Alessio.
Grazie, allora, Sommo Pontefice Vadacca, per averci mostrato un'altra volta - che per alcuni, se non ci andiamo piano con gli alcolici e il resto, potrebbe anche essere l'ultima - che forse solo i greci della prima democrazia (o al massimo i latini delle ultime orge prima della crisi), potevano permettersi di somigliare tanto ai propri dei. Oggi, se gli dei torniamo ad essere noi, stiamo freschi. Piuttosto, guardiamo in avanti e pensiamo alla Sbronza di Fine Mondo, che il calendario gisponziano ha fissato, con ironia alla Douglas Adams, per il 21/12/2012.
21 settembre 2010
Lo schifo al Conflitto Palmieri
Tutto cominciò questo luglio, quando si aprì - con un bel successo di pubblico, al tempo stesso colto e popolaresco - la mostra dei due Caravaggio. La Provincia di Lecce, nella persona del suo raggiante assessore alla Cultura, Simona Manca, ambientò in quello che resta del convento di San Francesco della Scarpa l'enigma storico-artistico dell'attribuzione di due tavole che, per tutta l'estate, si sono guardate in cagnesco, da un lato all'altro della navata maggiore. La gente affluiva perfino di giorno, in pausa pranzo, per dire la sua su un problema cui neanche i massimi esperti del pittore lombardo - nè i più scaltri assicuratori laziali - sono riusciti a venire a capo. Cionondimeno si gridò al miracolo, perché i propilei neoclassici dell'ex Convitto Palmieri, costruiti intorno alla vecchia struttura francescana, da grigi e incolori che era stati per decenni - da quando i più deamicisiani dei leccesi anni '40 smisero di frequentarla come scuola - improvvisamente acquistarono nuova linfa vitale, insieme con una discreta dose di fumo passivo da cannabis, che del resto pare che non abbia mai fatto male ai talenti versati nel campo dell'arte. Complice un orario di apertura molto elastico (fino a dopocena il weekend), la piazza del Convitto cominciò, progressivamente, ad assumere le inusitate fattezze di un piccolo Campo de' Fiori salentino, in cui i meno "localari" dei locali si mischiavano con i meno turistici dei turisti di passaggio; giovani avvocati di centrosinistra trasportavano lì chitarra ed amplificatori, e si esibivano in improvvisazioni che tutti gradivano e molti ballavano; i baristi dei paraggi esultavano all'idea che non fosse più necessario affogare nelle proprie stesse birre lager da un euro i tanti dispiaceri di interi sabati sera trascorsi a contare i cocktail da 8 euro per cui il bel mondo faceva la fila, cinquanta metri più in là, al Cagliostro.
Oggi, e siamo solo al 22 si settembre, è un compito particolarmente ingrato, ma è anche un dovere degli osservatori del costume della società, giocare a trovare le differenze fra questa armonica età dell'oro del rinnovato Convitto, e lo spettacolo che è possibile vederne rappresentato, distanza di poco più di due mesi da questo inatteso exploit.
Gli scalini al di sotto delle colonne in pietra, poco ci manca che non producano cascatelle di urina mista cane-padrone. A luglio erano la platea naturale di quello che accadeva al centro; ora non sono altro che un enorme vespasiano interraziale, coronato al centro da un Giosuè Carducci che non ha conosciuto "Odi barbare" peggiori. Lo spazio un tempo occupato da giovani tedesche, corse a Lecce per imparare la pizzica e due tre altri trucchi, ora è una distesa di fattone che neanche il loro cane personale riesce a tenere al guinzaglio.
Chi, solo, prolifera indisturbato sono i piccoli e medi pusher e il baretto dei pressi, di cui sopra, un tempo noto solo per le birre da un euro. Ora, che ha diversificato, offre anche i mojito da 3 euro, tremendamente con limone al posto del lime. Qua e là un focolaio di rissa viene sedato solo per la tempestività di una corsa al gabinetto che, per fortuna, dista pochissimo dal luogo dello scontro appena scampato.
Il resto è la rappresentazione più grafica possibile dei conflitti di responsabilità della politica che, invece di reinstallare altrove questo "tableau vivant" di rifiuti, fa solo scarica barile (ancora pare che Comune e Provincia dibattano l'attribuzione, non più di dipinti secenteschi, ma dei rigagnoli marroncini che passano per questo o quel tratto di marciapiede.
Non vogliamo e non dobbiamo pensare che piazzetta Carducci potesse essere preferibile quando era il parcheggio selvaggio per le Audi rateizzate dei fighetti notturni. Ma ho visto coi miei occhi ex membri di autentici collettivi studenteschi a sinistra della sinistra generare le prime espressioni di qualcosa che avevo mai visto, e non avrei mai voluto vedere nei loro sguardi, di norma carichi di odio solo per i napoletani ricchi o Laura Pausini: il germe della prima intolleranza. C'è sempre la prima volta, per tutto. Eppure speriamo che presto possa essere chiudersi l'ultimo sipario davanti a una corte dei miracoli che i nostri miracolati della politica - nessuno escluso - non possono fare durare ancora a lungo. A meno che davvero non vogliano che avvenga l'irreparabile: un punkabbestia da due generazioni (di cani) che davvero chiami la Polizia.
Alla prima di "Noi credevamo"
In edicola con 20CentesimiCerti osservatori delle cose culturali salentine, e fra di essi alcuni dei più cauti diplomatici fra di essi, hanno temuto a lungo che non fosse domenica il momento più adatto di presentare in pompa magna un film antiborbonico come "Noi credevamo" (di Mario Martone, coproduzione italo-francese fra Rai Cinema, Rai Fiction e ARTE France), proprio nel nostro Salento. Perlomeno, non adesso che la créme dei neoborbonici di Terra d'Otranto è tornata finalmente alla ribalta mediatica, ammantata di rinnovata comunicabilità dietro lo scudo neofeudale, neoaraldico, e neobruttino del movimento intorno al Salento Regione; che queste illustri minoranze accarezza, coltiva, proietta.
Tuttavia, essi si sbagliavano. A parte che, in fondo, tanto antiborboniche queste tre ore e venti di film non sono affatto, tutto sottese come sono a mostrare, attraverso la filigrana del dolore e della sofferenza dei suoi protagonisti (tutti e tre affiliati alla Giovine Italia), le profonde divergenze di vedute fra i massimi patrioti italiani, nonché un bel po' di loro soprusi e vaghe nefandezze coi sottoposti.
Avrebbero dovuto esserci, due giorni fa, a Cavallino, quegli osservatori. Se solo il loro orgoglio di uomini di cultura non li tenesse regolarmente lontani da ogni evento culturale, per loro o altrui volontà, avrebbero capito immediatamente come lo charme delle star presenti, unitamente a quello del personale politicante accorso al teatro "il Ducale", sia l'espressione più alta di un certo gattopardismo cinesocioeconomico del Salento. Il quale, che piaccia o no ai gusti in fatto di prime edizioni e cozze gratinate dei suddetti nostri diplomatici, non solo può darci da mangiare (e, in qualche caso, pure da abbinare vini), ma ne potrebbe dare sempre più anche ai nostri figli, ai nostri nipoti e ai cloni dei nostri nipoti.
Il punto è che chi non riconosce che il Salento è un set naturale, tutto da agevolare e decantare - come il presente Oscar Iarussi, Presidente dell'Apulia Film Commission ben sa - di eventi come di film, e di eventi su film, forse, ahimé, non avrà la fortuna di rientrare in quel caro discorsetto del "perché tutto rimanga com'è".
Il cast del film, proiettato domenica in prima nazionale, è davvero quello delle grandissime occasioni. Accontenta quasi tutti: i critici superciliosi, le mogli superbe, le fidanzate supponenti. Per tutto il resto, c'è Luca Barbareschi, qui nel ruolo di Antonio Gallenga, patriota parmense. Si va da Luigi Lo Cascio a Valerio Binasco; passando per il sublime Toni Servillo (nel ruolo, udite udite, di Giuseppe Mazzini in persona) e la bella e brava Francesca Inaudi; fino a Luca Zingaretti, che presta il volto nientemeno che a Francesco Crispi. La pellicola, manco a dirlo, è di carattere storico-drammatico, e racconta alcune delle pagine più struggenti del risorgimento meridionale, che includono anche un commovente episodio sullo stesso Sigismondo Castromediamo (interpretato da Andea Renzi, attore di ozpetekiana memoria) originario proprio di Cavallino. L'enorme pellicola è tratta da un romanzo del 1967 della riscopribilissima Anna Banti (omonimo), adattata per l'occasione dalla penna di Giancarlo De Cataldo, pure presente alla prima. Non mancava neanche Edoardo Winspeare, quasi da confondere fra i politici della situazione, tanto è piccolo il ruolo che Mario Martone è riuscito a ritagliare al regista anglo-depressaro.
Antonio Gabellone, col suo immancabile assessore provinciale alla cultura Simona Manca, faceva sfoggio della sua solita educazione da politico non ancora professionista; mentre il sindaco di Cavallino, Michele Lombardi, e il relativo assessore alla Cultura Gaetano Gorgoni, com'è immaginabile, gongolavano senza sosta.
"Noi eravamo" sarà in alcune sale kamikaze (3 ore e venti sono 3 ore e venti) partire da novembre 2010, ed è dotato di interni ottocenteschi di un'eleganza mozzafiato, nonché di alcuni dei migliori costumi che ci sia dato scorgere in una produzione storica dai tempi, forse, dei Viceré di Roberto Faenza.
Fra tanti bravissimi attori e bellissimi personaggi, sempre con l'eccezione dell'odioso Barbereschi, spicca però su tutti l'accoppiata perfetta della strepitosa Francesca Inaudi nel ruolo di Cristina di Belgiojoso (giovane): solo lei, nemmeno lo stesso Zingaretti, sono stati in gradi di far produrre sorrisetti di compiacimento all'uditorio, per altri versi molto, troppo impegnato a sforzarsi di leggere i minuscoli sottotitoli delle parti in francese da lei recitate.
17 settembre 2010
Elogio di Andrea Baccassino
Andrea Baccassino - come ama dire egli stesso - appena nato era già neretino, in un 1973 forse ancora troppo poco lontano perché la sua produzione musicale possa dirsi di culto, ma già abbastanza perché sia ora di parlarne più diffusamente, almeno rispetto a una delle solite brevi di spettacolo.
I titoli delle sue "opere" non vi saranno tutti noti. Ma vi faranno subito ridere, appena ne avrete colto l'assonanza con il successo pop da cui, di volta in volta, derivano. Successivamente, vi chiederete come avrà svolto, in decine e decine di casi, la complicata matassa della traslazione nel suo dialetto delle varie "Hey Jude" ("Ehi, Ucciù / ma comu gghè / puerti 'ddh'uecchi / mmattuliciati), "New York, New York" ("Nci so' mille città / ma so' felice qua / piccé so' di Nardò Nardò). Vi stupirà la varietà di temi e situazioni che Baccassino riesce a mettere in scena, con piglio da vero scenografo di teatrino, in così pochi versi e con così ristrette possibilità metriche. Ma cos'è che fa cantare le piccole folle dei più rinomati pub di Galatone, come dei peggiori wine bar di Lecce?
La principale differenza fra un vero cantore comico e dialettale contemporaneo - come può esserlo stato Federico Salvatore per la Napoli negli anni '90, o Checco Zalone per la Bari degli anni 2000 - è che Baccassino non usa solo la realtà quotidiana come materia prima da cui trarre la forma delle sue liriche. Bensì, adopera la parola musicata stessa, facendo dei testi altrui nient'altro che una seconda metrica al suo servizio. E con una tale decisione che, fra i casi citati, Baccassino è l'unico che può essere goduto al di là delle performance di piazza o in video: basta solo ascoltarlo. Andrea usa la musica e le canzoni - dotte o popolari che siano, spaziando da Battiato fino ai Ricchi e Poveri - senza ripetere pure a Nardò le missioni - più o meno volontariamente - culturali degli Zaloni di tutta Italia, che prendono un'identità dialettale o pseudodialettale e la elevano momentaneamente al rango di linguaggio nazionale, in un contesto di italiano "ufficiale" ormai in ogni caso imploso, fin dalle fondamenta delle sue istituzioni scolastiche. Baccassino, al contrario, preleva un aspetto della musica nazionale o internazionale e la sottopone a Nardò e alle sue contraddizioni più amare o fascinose. Le epifanie di bellezza nascoste nel vicolo più sudicio; gli inconvenienti dei sanitari rotti proprio nel momento più importante; e ciascun altro prodotto di quella particolarissima ermeneutica della sfiga e della ristrettezza che, da sempre, solo i comici più sboccati e dolceamari sanno elevare a metodo cognitivo.
La differenza fra lui e un cantante vero, magari un pomposo cantautore, è parte integrante della sua estetica popolana, e guai a toccargliela. Forse è proprio per questo che, nonostante l'indubbio successo di pubblico (quanti suoi colleghi amano fingersi il nuovo Gigi D'Alessio, per molto meno), Andrea ha l'immensa, quasi commovente modestia - per uno che, tutto sommato, ha dimostrato di saper dominare le parole - di abbracciare con entusiasmo la distanza che lo separa dalla cosiddetta musica pop ufficiale. Proprio ciò che lo rende commercialmente borderline - se non penalmente rilevante, visto che è un fatto che non risultano ancora abrogati quei due o tre articoli di legge sul diritto d'autore - è la sua forza.
Anche se le sue sono chiaramente parodie, Baccassino non deride mai il testo originale della canzone che trasforma, ma solo la realtà contradditoria della parte di provincia che ha deciso di raccontare. Le corse per fare in tempo a portare in spalla la statua di un Santo; gli eccessi in piastrelle e marmi dei nuovi ricchi del paesino; le grottesche tecniche di seduzione di femme fatali mancate. Per questo che nessun autore delle musiche originali potrebbe mai volergli male.
Baccassino è immediato come l'amico d'infanzia che storpia le canzoni della nostra autoradio, in attesa che a nostra volta possiamo storpiare le sue, visto che, fino a prova contraria, non tutti i salentini, soprattutto giovani, riescono a capire al volo molti suoi testi (e magari proprio operazioni culturali come la sua possono aiutarci in questa direzione del recupero della cantata, se non della parlata, dialettale).
Insomma, stasera, nel cuore della sua Nardò ("Vite! Vinotecheria Musicale", ore 22), ascoltiamo Baccassino senza pregiudizi di sorta. Apriamoci a questo raro caso di musicista contemporaneo che non teme la pirateria, perché era pirata - della lingua e della musica - egli stesso, prima ancora di automasterizzarsi il primo cd vergine.
