17 marzo 2011

I 4 tipi di risorgimentalismo

In edicola con 20centesimi

Per quanto esistano numerosi tipi di risorgimentalismo, sono tutti rappresentati egregiamente dalla sola classe dirigente della nostra piccola Lecce. Magari con un piccolo aiuto da casa da parte della nostra popolazione, sempre nostalgica di un grande passato che forse non ha comunque mai avuto, ma che è molto bello pensare di aver perso. C'è il risorgimentalismo più facile ed usato, che è quello retorico delle nostre istituzioni politiche egemoni, cioè quelle di centrodestra. Comune e Provincia, completamente privi di contenuti e sempre più anche orfani di forme (perlopiù per colpa del virus inoculato del berlusconismo), vanno a nozze - morganatiche - con dei simboli e dei concetti tanto più grandi di loro - come patria, bandiere, inni e libertà - che hanno per giunta la convenienza di ricordare tanto da vicino quelli che avrebbero dovuto rispettare e fare loro, se non fossero mai scesi a patti col berlusconismo, o se Gianfranco Fini non si fosse mai invaghito di Elisabetta Tulliani. Poi c'è il risorgimentalismo, di opposizione: che fa dell'antiretorica una retorica di segno opposto. Quello legittimamente atterrito per la deriva, per la perdita di autocontrollo da parte dei politici egemoni, di cui sopra. E che in occasione di quest'anno ha riconvertito, per i suoi messaggi forti (perlopiù di lotta a leggi ad personam e a meretriciocrazia), gli stessi simboli e lo stesso amor patrio rilucidati dal suo collega di maggioranza. Da qui le manifestazioni pro-costituzione, pur apprezzatissime e a tratti necessarie (soprattutto da porta San Biagio al Castello Carlo V), ma che a qualcuno sono somigliate troppo alle processioni patriottiche di fasce tricolori e divise da vigile urbano (come quella che è andata in onda lunedì 14 per le vie di Lecce). Solo, appunto, caricate di un'energia contraria.

Ancora, c'è il risorgimentalismo degli imprenditori, degli aristocratici non borbonici e degli snob di ogni ceto sociale. Di chi non gliene frega niente di niente, figuriamoci di Garibaldi ferito o di Mazzini esule. Oddio, forse gliene frega anche qualcosa - la sua passioncella per le bande musicali ce l'avrebbe pure. Per quelle bande musicali che fanno il loro dovere, che suonano una musica non pop (che sarebbe troppo, per una moglie radical chic), ma per una volta orecchiabile e sontuosa, ciascuno sul suo strumento e ciascuno a tempo. Ma va nascosta, come un tradimento alla sua personalissima messa in scena della retta via. Farsi scoprire da Liberrima con in mano - non dico un "Viva l'Italia di Aldo Cazzullo - ma anche solo un "Almanacco essenziale dell'Italia unita" di Carlo Fruttero e Massimo Mantellini", sarebbe il massimo sacrilegio. Loro fanno come quando si va su internet dal cellulare, per controllare che sta facendo il Lecce, durante un concerto domenicale di Beethoven in un ex monastero. Battono il tempo dalla Bmw, fermi al semaforo di via XXV Luglio, mentre passa la banda verso il Politeama. Questa terza categoria finisce per essere talmente presa dal dover dare l'impressione di non tenerci affatto all'Unità d'Italia - perdipiù dopo 150 anni suonati - che forse impiega più risorse, logistica e argomenti per evitare cortei o citazioni di Massimo D'Azeglio di quanti ne impiegherebbe a parlarne o a seguire semplicemente la fanfara dell'inno di Mameli coi tacchetti delle Tod's.

Dei neoborbonici tacciamo, almeno per rispetto. Sono listati a lutto: è oggi la loro versione del "giorno di dolore che uno ha". Più silenziosi ancora degli snob, mentre tutti festeggiano per finta la fine del mondo così come lo conoscevano i loro antenati (di cui un certo numero era troppo intento a dissodare zolle per alcuni aristocratici menefreghisti, per rendersi conto del 1861) Ma a quanto pare ce n'è un altro che è più sottocutaneo anche di quello dei tifosi della nazionale che ammortano le spese per le bandiere che accompagnarono la vittoria degli azzurri nell'estate 2006
I più preoccupanti restano una strana deformazione del primo gruppo. Il più ingente "aiuto da casa" che la classe politica al potere da noi abbia avuto. Le associazioni combattentistiche. Le quali hanno decorato la via più risorgimentale di cui disponiamo - Corso Vittorio Emanuele II - come se fosse né più e né meno la sede del fronte del sì in vista di un referendum per un'entrata in guerra. Vetrine di insospettabili pelletterie, come De Lucia, è come se avessero svolto un percorso identitario guerrafondaio, collocando accanto a delle pacifiche borsette, manichini in divisa armati di tutto punto, radiotrasmettitori e baionette compresi. Semplice eccesso di zelo o rigurgito fascista sottocutaneo? Quanto è distante questo al fatto che lo scorso Capodanno dei Popoli alle Cantelmo si intitolò: "Noi italiani"?

Ora ci direte che il risorgimentalismo del vicino è sempre più unitario. Che usiamo queste parole solo per invidia della giubba rossa. In realtà, quello che pensiamo è che 150 possono essere serviti anche alla conquista di poter risorgere individualmente, anche nel buio della propria cameretta. Risorgimento new-age? Risorgimento internet? A ciascuno la sua tipologia di stanza all'Hotel Risorgimento della memoria storica.

10 marzo 2011

Miracolo in Biblioteca

(In edicola con 20centesimi)

Qualcosa di straordinario accadeva ieri alle sei del pomeriggio, dalle parti di via Cairoli, mentre una piccola folla festante di studenti, guidata da una specie di sciamano - chiaramente il leader del gruppo, a causa se non altro delle occhiaia di gran lunga più profonde di quelle degli altri - avanzava verso una meta che non sembrava altro che la più vicina biblioteca. Com'è usuale in occasioni come queste, le voci più disparate si facevano largo dalla testa del gruppo, fino alle sue ultime fila. Di studente in studente - molti dei quali avevano da poco lasciato la sala studio della biblioteca - le notizie si distorcevano e si amplificavano a dismisura. Chi sosteneva che Simona Manca fosse tornata a "scopare" ["pulire" ndr] nell'atrio veniva fortemente deriso dal resto della ciurma. Troppo poco, con tutto il rispetto. Neanche la matricola dalla media più alta del gruppo avrebbe messo da parte la prospettiva di una scommessa alla Snai per così poco. Altri erano certi addirittura che Moana Pozzi fosse tornata dall'inferno vestita da esponente di Io Sud e stesse forzando la macchinetta delle bibite con successo. In breve, qualcosa di più di un plotone di giovanotti - tutti di sesso maschile, tutti dotati di libri in spalla e di un brio insolito per l'ora - confluiva dalle vie del centro di Lecce in direzione dell'accesso monumentale all'ex Convitto Palmieri. Proprio dove oggi è ospitata la sede della Biblioteca Provinciale, intitolata a un Nicola Bernardini che, forse, non si era mai visto così strettamente sotto assedio, nella sua fortezza di carta e di pietra, come del resto parecchi altri luoghi di cultura di questi tempi.

Ebbene, una volta varcata la soglia della biblioteca, perfino lo sciamano non credeva ai suoi occhi. Eppure, quegli occhi avevano già visto una volta quello che c'era al di là di una semplice porta a vetri. E al di là di qualunque sua fantasia erotica. Poi, era corso ad avvertire gli altri.
In una semplice biblioteca pubblica stava accadendo qualcosa di sovrannaturale. C'erano file - che dico file: orde - che dico orde: eserciti di femmine giovani e belle in costume da bagno. Dai capelli mossi, lisci, biondi e bruni. Dalle tette naturali piccole, dalle tette naturali diversamente piccole. Rifatte male, rifatte bene, rifatte molto bene. Sfilavano prima una ad una, poi pure in gruppetti sul palco della prima sala a sinistra dall'ingresso, quella tradizionalmente votata a presentazioni di libri di Maurizio Maggiani o edificanti workshop sulla Costituzione della Repubblica Italiana, destinati agli allievi delle scuole elementari.
Oltre ai consueti dipinti ad olio d'ispirazione risorgimentale, un telo in fondo spiegava a grandi linee che cosa stava accadendo, mentre i ragazzi si pizzicavano a vicenda, lasciando segni forse indelebili sui loro delicati corpi di studiosi.

"Premio alla bellezza Gran Galá della moda. Fashion & Beauty". Si googla. Ce ne sarà per altre sette "sedute". Sette tardi pomeriggi in paradiso. La fila per il bagno, che già in serate normali è piuttosto ambito, per via del lusso estremo che presenta nei marmi e nelle seditoie, comincia in breve a diventare interminabile. Qualcuno fa pure lo spiritoso. Con tanto di zaini pieni di libri, indicandone il peso, i ragazzi si dicono: "Siamo tutti qui per lo stesso motivo". Un eroe di sincerità: "No, veramente sono qui per tutte ddhre fimmene mezze nude". A un certo punto qualcuno è colto dalla consueta allucinazione fantozziana. Solo, invece di vedere San Pietro sopra la traversa, quel qualcuno afferma di aver visto Giacomo Grippa - presidente dell'Unione Atei Agnostici Razionalisti, sezione di Lecce, frequente utilizzatore dei servizi della biblioteca - scrivere da qualche parte a pennarello: "Dio c'è". [Naturalmente è un'assurda illazione ndr].

In ogni caso, Dio solo sa se quello che sta accadendo di là sia opera del migliore dei consulenti dell'Assessorato alla Cultura della Provincia, per incentivo allo studio o qualche altra diavoleria del genere. O se sia solo una delle prime avvisaglie delle reazioni di Simona Manca alla minaccia fantasma di un "testo unico sui beni culturali", che dovrebbe partire a livello regionale "senza che gli assessori alla cultura ne siano stati invitati alla redazione". Certo è che le sue dichiarazioni di ieri non lasciano dubbi sull'impegno che la Manca ha in mente per la cultura salentina. "Non siamo agenzie di eventi, siamo istituzioni che hanno il dovere di fare cultura, non di organizzare spettacoli".Grazie ai nostri amministratori che sono riusciti nella difficile impresa di ricordarci l'altro modo - oltre a pensare troppo alle donne - che, per tradizione, è più efficace per diventare ciechi, o comunque per vederci decisamente meno: studiare troppo.

5 marzo 2011

Le due anime di Lunita Pascal

In edicola con 20Centesimi

Prendere un tè con la fashion designer Lunita Pascal e contemporaneamente con la sua assistente tuttofare, Bruna Pizzichini, non è mica un'esperienza che capiti tutti i giorni. L'occasione ci è stata fornita dall'allestimento di una piccola grande mostra mercato che la Pascal ha organizzato da Doppiozero, l'emporio-bistrot-caffetteria che da qualche mese rende possibili alcune delle più singolari esperienze gastronomiche della scena leccese. Comprese le famose jacked potatoes (patate arrosto ripiene, quintessenzialmente britanniche, quasi più del pudding) introdotte nella nostra dieta dal mitico Fabrizio detto Orso: il solo Mangiafuoco agroalimentare capace di dare vita a tutti quei prosciutti e di quei formaggi.

Mentre Lunita si godeva le attenzioni della stampa e ci accoglieva servendoci tè Lady Grey con biscottini greci (i "Kuluraki", sperando di non incorrere nelle ire di alcuna divinità olimpica, in caso di errori di trascrizione), la povera Bruna allestiva col sudore della fronte il set in cui si sarebbe esibito, a partire dall'indomani, l'estro della sua esigentissima principale. Una vera e propria - seppure elegantissima - Cenerentola fashionista, che non smetteva per un attimo di sistemare cappellini e scarpette su tavoli, pareti, credenze. Il tutto, nel "privé" di Doppiozero, che è già stato spazio per mostre d'are e di design.
A un'ora canonica più canonica per un aperitivo che per un tè, non appena ci siamo accomodati a quei tavoli country francese le identità, i talenti e le occupazioni delle nostre interlocutrici sembravano moltiplicarsi per un gioco di specchi. Già di per sé Lunita è una tipa complicata. Nome di ceppo iberico e dal sapore cangiante, cognome da fisolofo e teologo francese del seicento. Ma anche Bruna, la sua fidata maestranza, non scherza: nome semplice e diretto, cognome di antico lignaggio. Non a caso la sua boss ha un bel da fare per riuscire ad ottenere quello che vuole da cotanta manodopera.
In realtà, a questo punto, se non conosceste personalmente né l'una né l'altra delle nostre ospiti di questo forbito pomeriggio, una cosa ve la dovremmo dire, per coscienza. Non tutti i creativi riescono a tenere a bada un nome d'arte dal carattere forte come Lunita Pascal. E così è capitato alla nostra Bruna Pizzichini, che per continuare ad avere una vita normale (si fa per dire, con tutto quello che fa, monta, smonta e inventa), ha dovuto mettersi al servizio della sua stessa creatività. Finendo inquadrata come dipendente del suo nom de plume, che altri non è che - appunto - Lunita Pascal.
E il bello è che solo in occasioni come questa della mostra mercato di Doppizero (in via Paladini 2, nel pieno centro storico di Lecce) i compiti sono perfettamente ripartiti. Lunita stilista di sciarpe double face di forma ittica (ma molto più profumate del pesce); Bruna ape operaia infaticabile che trasporta scatoloni.

Altre volte, è molto più difficile stabilire chi sia Bruna e chi Lunita. Quale delle due, ad esempio, conduce Radio Gaga su RadioRama: trasmissione cult dedicata alla cultura degli anni '80, in onda ogni domenica sera dalle 22 alla mezzanotte. O chi disegni con tanta grazia un certo fumetto su Facebook. Per non parlare di chi è la fotografa professionista del duo. Sono come una coppia di gemelle, perfettamente identiche nell'aspetto, che si divertono a scambiarsi i ruoli secondo le situazioni e le esigenze. E non è affatto detto che sia sempre Lunita a spuntarla sull'altra, perché l'esperienza e il savoir faire di Bruna non soccombono con facilità ai vezzi e alle vocine dell'altra.
Così, mentre Lunita ci racconta dell'artigiano che cucie alla pelle dei suoi mocassini unisex le suole necessarie perché quei concept di morbidezza e flessibilità siano anche indossabili per una reale passeggiata, Bruna pone le ultime etichette all'interno delle scarpe: "Lunita Pascal.

Made in Lecce". Perché niente è stato demandato all'estero, tranne che il perfetto accento inglese di entrambe. Ma ci sono anche copricapi realizzati ingegnosamente da collant smagliati (da non credere) e borsette talmente delicate che sembrano la cuffietta di una bambina d'antan. Tutti pezzi unici e tutti fatti amano. In più, se non vi basta quello che trovate da Doppiozero potete fare un giro sul sito www.lunitapascal.com, dove potete anche fare acquisti tramite PayPal.

26 febbraio 2011

Ercole Pignatelli dipinge il nuovo Pirellone

In edicola con 20Centesimi

Sarà Ercole Pignatelli a realizzare la prima opera d'arte esposta nella nuova sede della Regione Lombardia. Come molti suoi amici d'infanzia sanno, Pignatelli è uno dei salentini domiciliati a Milano maggiormente dotati di senso estetico. Certo, seguito a ruota dal designer Fabio Novembre, che però in questo caso ha la scusante di occuparsi, in genere, di decorare spazi ben più piccoli. E poi non è un artista a tutto tondo come Pignatelli. Per questo motivo, nient'altri che il nostro Ercole è stato chiamato a svolgere questo compito molto particolare. Rendere ancora più speciale Palazzo Lombardia, la nuova sede istituzionale - alta 161 metri e rotti - di un'amministrazione regionale artisticamente molto avanti. Come farà Pignatelli a realizzare la sua missione? Riuscirà a riqualificare l'immagine dell'edificio di calcestruzzo armato più alto d'Italia, la cui costruzione ha causato l'abbattimento di uno dei più begli esempi di giardino urbano milanese, e 15.000 firme di protesta da parte dei residenti del quartiere Garibaldi-Repubblica? Che tecnica utilizzerà?

Naturalmente, lo farà nel modo in cui gli è più congeniale: ricoprire di ramificazioni fitomorge violacee due pareti di cartongesso da 18 metri per 3 e 16 metri per 3, collocate in uno dei sei ingressi di Palazzo Lombardia.
I soliti leccesi geneticamente incapaci di celebrare il talento di un loro conterraneo, avranno tirato un sospiro di sollievo, all'idea che non sarà un altro luogo pubblico situato nella loro città ad essere beneficiato dall'intervento della mano di Pignatelli.
I lettori dotati di molto meno senso estetico rispetto al Maestro ricorderanno forse "Germinazioni" il gruppo scultoreo di cui, in una recente incursione, ha dotato la sua città d'origine, fra l'altro riuscendo a centrare l'obiettivo - praticamente impossibile - di non riuscire a riqualificare neanche un rondò superstradale semidesertico, nella periferia Nord di Lecce. Non gli avevamo chiesto di rifare piazza Duomo, per intenderci. E menomale. Qualche lettore particolarmente affezionato ricorderà il modo in cui eravamo riusciti a venire a capo della complessa iconografia del gruppo scultoreo, dopo qualche giorno di perplessità muta. Avevamo spiegato come l'agglomerato effetto pietra leccese, non fosse altro che "una metafora alla De Andrè ['dal letame nascono i fior' ndr], appena deposta in quantità industriale dai due uccelli che torreggiano in cima all'opera d'arte".

Neanche le più orrorifiche visioni dell'inferno che un ciellino come Roberto Formigoni deve covare in sé, potranno rendere giustizia al lavoro di giornate e giornate trascorse sui ponteggi alti 4 metri, da parte di un Pignatelli lasciato libero a inseguire la sua ispirazione e la sua verve, particolarmente affezionata agli intrichi di vegetali e di corpi femminili.
Uno dei drammi della storiografia artistica moderna è rappresentato da quello che ignoriamo sulle esitazioni, sui pentimenti, in una parola sul backstage dei grandi capolavori della figurazione. L'esempio da manuale è la suggestione immensa che esercitano da secoli nei confronti di critici, conoscitori, artisti, registi le 450 giornate di lavorazione che costò a Michelangelo il Giudizio Universale in Sistina.


Per fortuna, non sarà questo il caso del monumentale cartongesso di Ercole Pignatelli a Palazzo Lombardia. Non saranno documentate solo le prime pennellate inaugurali inferte alla parete da Roberto Formigoni in persona. Per inciso, l'episodio è realmente accaduto nei giorni scorsi e ha portato alla realizzazione, anche grazie all'occhio del Maestro che seguiva da presso l'Allievo, di "un tronco d'albero di colore blu oltremare e un grappolo d'uva viola bordeaux". Ogni giorno di lavoro, dalle 10 alle 14, fino al 20 marzo o comunque fino a che l'opera non sarà giudicata compiuta dal Maestro, tutto quello che avverrà fra Ercole Pignatelli e la parete bianca sarà ripresa dalla videocamera del figlio di suo figlio Daniele. Il risultato di tanto amore filiale e finanziamento regionale sarà distribuito tramite pratico cofanetto libro + dvd.

17 gennaio 2011

La Focara degli zozzi e del bunga bunga

In edicola con 20centesimi


La Focara 2011, dopo un po' di entusiasmo iniziale, si è rivelata la stessa Focara di sempre: la più importante kermesse di fascine d'Italia. Anche presso noi blasé venticentesimali, dobbiamo ammetterlo, certi comunicati stampa sul rinnovamento gastronomico Focara avevano lasciato il segno. Proprio lo spauracchio da "congresso nazionale degli zozzi", invocato nel nostro pezzo di anteprima di sabato - solo per distruggerlo a colpi di solenni promesse di ingredienti "a chilometro zero" e tipicità garantite - si è purtroppo rivelato più reale che mai. Anzi, più che in ogni altra edizione, proprio quest'anno le infinite varianti sulle stesse ricette (dal panino al cordon bleu al panino al wurstel) hanno saputo varcare i semplici confini regionali, e spingersi fino a permettere alla timida camionetta di Felline, quella di sotto la chiesa (deserta quasi tutto l'anno: con un ristorante pro-capite, in paese, vorrei ben vedere) di rivaleggiare con le più ambite concorrenti del salernitano e del casertano. Una vera e propria convention che si è svolta nel massimo rispetto delle divergenze di idee ("il piccante lo metti prima o dopo la fettina?" - "la servola va bollita o piastrata divisa in due?") ma che purtroppo non ha prodotto i risultati che gli organizzatori promettevano, almeno dal punto di vista della convergenza territoriale. Una sola rivincita hanno saputo prendersi, però, gli spettatori non allineati, quegli eterni esploratori della malizia: quelli della cena al sacco portata da casa. I soliti ignobili - diranno i fittiani, orfano com'erano del loro fratello-padrone, rimasto in casa per via di un'improvvisa febbre. I soliti ignobili, comunque, hanno notato un piccolo dettaglio che ha saputo deliziare loro e, tutto sommato, divertire anche i meno inclini alla sfiducia all'attuale governo, e ai fischi ai suoi rappresentanti o sostenitori locali.
Al termine del concertone di "Elio e le storie tese", quindi, svanisce la paura di aver fatto del tutto inutilmente la strada a piedi praticamente dall'altezza di Villa Convento.
Un elemento la fa da padrone nei cuori di questi partecipanti più attenti, di quelli che non si fanno prendere per il naso da un crepparo acrobatico e non ringraziano a ripetizione Sant'Antonio Abate, solo perché hanno ritrovato il venditore barese di padelle antiaderenti dello scorso anno, allo stesso prezzo. Questo elemento è quel cavallo di Troia di un Elio, che è riuscito a far passare un suo canto in particolare non solo davanti al naso di Antonio Gabellone, di Rocco Palese (forse l'unico davvero cosciente dell'affronto subito, o semplicemente il più annoiato di tutti) ma anche di quello del committente principale del concerto stesso, il sindaco-farmacista di Novoli, Oscar Marzo Vetrugno.
Nessuno ha pagato per vedere il concerto degli Elii, ma sarebbe stato comunque impagabile vederli cantar "Canta canta con Lele, balla balla con Fede, se non stai attento vai in galera per colpa dell'Africa". Semplice, geniale, il bunga bunga della Focara, il bunga bunga del fuoco che brucia la noia con un retrogusto di svampa di salsiccia tribale. E restituisce il dono della danza anche a chi sta ancora digerendo la cena.
Come c'era da aspettarsi, all'indomani del giorno clou della Focara di Novoli, i maggiori quotidiani locali hanno ci hanno banchettato, con titoli e pezzi di cui i mali minori erano "Pienone di fedeli" o "Una festa che dura tutta la notte". Guai a sentire parlare del bunga. Questo rientra in una certa prassi giornalistica e non ce ne meravigliamo più. Abbiamo sviluppato una sorta di immunità al sospetto di piaggeria nelle articolesse dei migliori numeri del Quotidiano di Lecce, "Nuovo" solo gattopardescamente, perché niente cambi. O anche dei peggiori numeri della Gazzetta del Mezzogiorno, soprattutto quelli del lunedì. In verità, non crediamo neanche più a quella taccia iniziale di leccaculismo che avvolge quasi tutti i contributi del genere (dall'entusiasmo per la riqualificazione di San Cataldo a quello per l'edera sui pali del filobus). La spiegazione di tutto questo è che semplicemente non sempre si sa cosa scrivere, sui giornali, e che ogni nuovo argomento da trattare, per quanto trito e ciclico, è talmente benvenuto che l'entusiasmo che si sprigiono all'atto della sua adozione da parte dell'articolista è già un mezzo elogio. Il resto, se c'è, lo fa la panza piena.


(DA TIC & TRIBU' dello stesso giorno)

Come sempre, una delle attrazioni della Focara e dintorni sono le proposte commerciali di bancarelle di ogni tipo. Ogni anno è praticamente impossibile, per le addette ai lavori domestici, non cedere alla suggestione che le proprie condizioni di vita saranno cambiate per sempre, grazie a una spugnetta magica o a un mattarello telescopico. Un po' come avviene per le promesse dei politici sul futuro di eventi come la Focara stessa, del resto. In questi giorni la star è la spugnetta antimacchia di una signora che, al contrario dei tanti baresi microfonati, che propongono a loop le loro retoriche commerciali, semplicemente si rifiuta di fornire spiegazioni sull'uso della sua mercanzia.



5 gennaio 2011

Dov'è finita la Befana?

In edicola con 20Centesimi

Non sono tempi facili per la Befana. La sua figura, un tempo tanto diffusa e simbolica, è ormai da annoverare fra le razze ultraterrene in via d'estinzione. Guai se a un bambino di oggi mancasse un elfo da comodino o un Babbo Natale da balcone. La Befana, invece, è la prima rinuncia iconografica di ogni famiglia contemporanea, quanto è alle prese con le feste e con la crisi. La fa da padrona solo nella romana piazza Navona dove, a dire il vero, dove non c'è una bancarella del mercatino natalizio che, accanto ai pupi del presepe, non vanti una o più versioni elettroniche della sua rappresentazione tradizionale: pupazzone urlanti, sghignazzanti, dagli occhi verdi come led o solo, semplicemente, molto brutte di faccia e di fisico. A Lecce la Befana è stata avvistata giusto da Avio, non a caso incrollabile baluardo baristico della concretezza contro il decorativismo. Sono però bambole tristi, quasi impaurite. Hanno poco della sfrontatezza autentica del personaggio che riproducono - stancamente. Lo sanno tutti che il grosso è contenuto nei calzettoni (esposti accanto) e che pochissimi clienti andranno a frugare fra le loro gonne per ottenere qualsivoglia dolcezza.

Purtroppo, essendo la nostra Befana molto meno fotogenica di un panda, sarà difficile far sì che un WWF si adoperi per la sua salvaguardia (eppure Santa Lucia solo sa se ne sarebbe bisogno, vista la fine che ha fatto lei, lei da cui tutto è cominciato: la prima presenza soprannaturale a portare doni ai bambini). Alcuni sostengono che questa vecchia signora sta pagando duramente la sua indifferenza mediatica; il suo storico rifiuto delle scene e dagli spot commerciali; il suo stesso significato originario, pregno di cultura underground poco alla moda (leggi: paganesimo rivisitato). Si dice, infatti, che la Befana abbia un'origine antichissima e che sia nata per morire. Cioè per incarnare, ciclicamente, la vecchiezza di un anno che se ne va: in brandelli. Un anno che almeno, tuttavia, ha il coraggio di andarsene, di concludersi, di essere sottoposto al vaglio di bilanci, riflessioni, pentimenti o soddisfazioni. Non come accade oggi. Gli stessi, sostengono che parta da qui l'inizio della decadenza befanesca: da questa negazione o falsificazione dei bilanci.
Insomma, quanto è svantaggiata questa povera donna non solo rispetto alla figura così rilassatamente markettara di un Babbo Natale, ma anche e soprattutto rispetto a una serie di presenze femminili altamente concorrenziali. Prime fra tutte: le vampirelle giovani e sexy che la televisione e il cinema hanno saputo rendere oggetto di culto.
La Befana è da sempre la dark lady delle feste comandate. Il lato oscuro delle celebrazioni. Il coté crepuscolare del buonismo natalizio. E' la voglia di mettere in dubbio ogni nostra certezza e credenza, a partire da quella nella bellezza fisica dei nostri eroi. Le protagoniste di tante serie tv basate sul lato oscuro dell'estetica, amano vincere facile grondando sangue, ma truccate alla perfezione; inseguendo il male, ma uscendo in foto sempre così bene. Con coraggio da vendere e carbone in quantità industriali, la Befana sola ha conservato la capacità di irridere tanto le Famiglie Cuore sanguinolente (vedi: la saga di Twilight) quanto le Barbie dei modelli televisivi tradizionali.

Fino a qualche anno fa "che ti porta la Befana?" resisteva come uno di quei modi di dire retrò che fanno tanto nonna-chic, alla stregua di "metti il pane nella ghaicciaia" (invece che nel frigo), o "ci vediamo in piazza trecentomila" (piuttosto che in piazza Mazzini). Oggi non c'è più neanche questo, e sono sempre meno i genitori che minacciano i propri figli con eventuali delusioni da parte di lei. Eppure, solo la Befana è capace di portare realmente nient'altro che carbone, seppure dolce, a chi non merita altro. Non solo più antiestetica, ma anche storicamente più tirchia, dunque, rispetto a Babbo Natale. E' come se a una figura maschile come Santa Claus si potessero perdonare tutti i difetti che pur possiede (e non sono pochi, dalla barba incolta al pancione, alla stessa età avanzata). E alla Befana, che ha solo quello della bruttezza fisica, oltre a una dirittura morale impeccabile, non si perdona nulla. Adottate una Befana: non sapete quanto possono essere generose le donne racchie quando ricevono la giusta dose di affetto.

30 dicembre 2010

Quasi un romanzo

In edicola con 20Centesimi


Nella prefazione a "Quasi un romanzo", Edoardo Winspeare, da cinematografaro convinto, ha saputo cogliere perfettamente il senso del lavoro letterario e fotografico di Federico Fuortes, contenuto nelle pagine di questo titolo, uscito per le Edizioni Panìco: "Il fascino del libro, come nei grandi classici, sta nell'introdurre il lettore in un universo sconosciuto, sorprendente, con l'autore nel ruolo di padrone di casa. E Fuortes lo fa in tutti i sensi: ci apre il portone de lu Palazzu, ci accompagna attraverso le stanze, per le vie del paese, nelle visite a Lecce, ci presenta i suoi parenti erigendo un piccolo monumento letterario al personaggio della nonna".
Non a caso Federico Fuortes (classe 1947, ma solo nella pipa d'ordinanza; fotografo, informatico sui generis; pilota di aerei; drammaturgo storico) è un altro di quei salentini eccezionali che vanno in giro per il mondo solo finché non capiscono che ci si può viaggiare più comodamente e speditamente anche stando seduti in un salottino di Giuliano di Lecce. Ferma restando, naturalmente, una conoscenza della Leuca-Maglie approfonditissima, come si confà a un grande raccordo diversamente rettilineo fra realtà e immaginazione, da imboccare ogni volta che si ha voglia di una di quelle partite (che siano trasferte o domestiche) fra sé e il resto del mondo che si chiamano narrazioni.

Una conoscenza come può esserla solo quella di uno che, quella strada, l'ha percorsa con ogni mezzo e con ogni parente, in una qualunque delle epoche in cui era progressivamente una terra di qualcuno (quasi tutti amici di famiglia); una terra di nessuno (preboom a scoppio ritardato) e una terra della rimebranza, che a uno può sembrare calda anche se è arsa, fertile anche se non frutta e comunque intensamente irrigata dalle suggestioni continue di quella parte dell'immaginazione che, solo per comodità, chiamiamo memoria.
"Quasi un romanzo" è una narrazione autobiografica talmente preziosa, comica, assurda da non poter essere accostata che a Proust o ai migliori epigoni italiani dell'autore della Recherche. Uno a caso, l'Alessandro Piperno delle migliori parti del suo unico libro funzionante, "Con le peggiori intenzioni", dopo l'uscita del quale l'autore romano è tornato ad essere quello che il pubblico italiano sembra chiedergli (e neanche troppo a gran voce): un altro miracolato - sebbene ricco di famiglia - di Antonio D'Orrico.

Non c'è nessun altro scrittore, probabilmente, che ha saputo "cantare" così, come se fossero parte di una piccola epica necessaria, prima ancora di un'elegia contingente, i rapporti di un "signurinu" (fosse parigino del Boulevard Haussmann o del Capo di Leuca) con sua nonna.  E' più a Proust che a ogni altro (molto più che a gli autori rievocati dallo stesso Winspeare, come Garcia Marquez o Tomasi di Lampedusa) dobbiamo far risalire le suggestioni che possono aver cambiato per sempre il rapporto col suo passato a un ragazzo i cui spostamenti in macchina fra un paesino e l'altro dell'infanzia parevano l'inizio e la fine del mondo.

Un "Narratore", però, più sano, più schietto, più chiaroscurale che impressionista, come fu ampiamente il suo predecessore d'Oltralpe. Anche più semplicemente voglioso di vivere che di scrivere e basta, come del resto ha quasi dannunzianamente saputo dimostrare Federico Fuortes, che oltre che a sapere raccontare in maniera indimenticabile gli investimenti borsistici di famiglia (resi vani dalle disattenzioni di matrone troppo interessate agli sceneggiati per controllare, quando richiesto, l'andamento dei titoli nei giornali radio), è in grado di far atterrare in tutta sicurezza anche qualcosa di più che un ultraleggero.
Come attesta il titolo stesso, l'opera è una fiction "à clef", in cui però la necessaria facciata di finzione dietro cui - da definizione - si nasconde l'autore è talmente sottile che può essere intravista anche dietro un solo sottilissimo strato di intonaco giulianese.
Ma, nonostante tutto questo, quello che prende di più non è il modo di ricordare di Fuortes, ma il modo di riportare tutto quello che ricorda alla realtà di oggi. E' qui il vero miracolo della sua penna. Per questo motivo, il tratto più toccante di tutto il libriccino, nonostante le tante digressioni strappalacrime o strapparisate, è la fiducia ingenua con la quale il volume stesso si affida al suo pubblico (che quasi non lo trova nelle librerie leccesi): "Reperibile anche alla Tabaccheria di Giuliano di Lecce".

17 dicembre 2010

Il popolo dei ciclisti di Lecce

In edicola con 20Centesimi

Il popolo dei ciclisti di Lecce città è uno dei più anomali e amabili nel panorama nazionale, sia da un punto di vista squisitamente pseudosociologico, sia da un punto di vista estetico. Come si può non amare le due categorie in due la mannaia sociocomportamentale separa i leccesi che inforcano la bicicletta per almeno due o tre volte alla settimana? Da una parte ci sono i più assidui. Quelli che concepiscono concretamente la bicicletta come un'alternativa agli altri mezzi di trasporto e, contemporaneamente, a un buon numero di tecniche di suicidio non indolore, nonché a quasi tutti gli anticoncezionali "indiretti". Quest'ultimo punto, sia per via della scomodità dei sellini che adoperano, sulle bici scassate, rigorosamente comunque da donna, che usano; sia per via del fatto che, una volta visti a bordo di mezzi come quelli che, stranamente, sembrano prediligere su tutti gli altri, sarà molto difficile per loro avere una vita sessuale normale. Questi ciclisti sono tutti o quasi chiaramente di sinistra o ritenuti tali, con qualche doverosa, commovente eccezione come il padre del Sottosegretario Mantovano, habitué di lunghe pedalate in sella al suo fedelissimo modello monomarcia (privo di cambio).

Gli altri, probabilmente, sono ancora più pazzi. Sono i ciclisti della domenica, ma non nel senso che pedalano poco e male, o non ne capiscono un cacchio di biciclette. No, questa è gente che litiga perché il compagno di sgambata di sempre, con cui ha condiviso ogni week end centinaia di chilometri - ci fosse la gelida manina della tramontana autunnale o il solleone delle grandi occasioni di blocco respiratorio - tutt'a un tratto compra e sfoggia un portaborraccia in fibra di carbonio, che pesa 25 grammi meno del loro, compromettendo per sempre la genuinità della loro rivalità. Sono quasi tutti di destra, anche se votano altrove, quasi per nascondere scaramanticamente al fisco le spese che fanno per aggiornare i telai delle loro bici, che chiamano con nomi di donna e con cui passano anche del tempo in salotto.

16 dicembre 2010

Pierluigi Bolognini, che spettacolo!

In edicola con 20centesimi

Che Pierluigi Bolognini sia il miglior fotografo italiano di architetture salentine non era in dubbio affatto. Se aveste bisogno di rinfrescarvi la memoria a riguardo, basta andare a pescare a caso fra i suoi volumi, categorizzati sotto la dizione "Salento", in una qualunque delle nostre librerie. Da che ha cominciato a impressionare pellicole e pubblico, Bolognini è la dimostrazione palese del fatto che anche per rappresentare l'infinito ci vuole angolazione (andate a rivedere qualche sua foto dedicata al mare o al rapporto fra terra e uno a scelta dei nostri due mari ufficiali, tutte sublimi simboli del rapporto fra conoscenza del territorio e pura ispirazione).

Per corollario, il secondo teorema fondamentale di Bolognini è che, soprattutto per cogliere un attimo, ci vuole molto tempo. Il suo metodo è un miscuglio saggio come la sua età ma agile come la sua capacità di essere sempre con l'obbiettivo dove c'è bisogno di essere, al momento giusto e col cavalletto giusto. Anche Francesca Ruppi, sua stretta collaboratrice (ai testi) nella sua ultima impresa editoriale, presentata ieri a Palazzo Adorno e poi alla Liberrima, scuote il capo fra l'ammirata e l'apprensiva davanti a certe realizzazioni, che ora sono luce su carta patinata, ma un giorno niente affatto lontano (ed è questo quello che è più preoccupante, anche se Bolognini è chiaramente un ragazzino) erano carne umana e sensori digitali su impalcatura, su cornicione, su tetto e Dio solo sa su quale trovata il maestro deve aver posato i piedi per immortalare - una volta di più - il profilo della banderuola "sacra" di Sant'Oronzo, che decora gli ultimissimi metri dei sessantotto di uno dei campanili più alti d'Europa e del mondo, incorniciata com'è, nella foto che fa da copertina a "Lecce, che spettacolo!".

Questa nuova opera kolossal (196 pagine di 27 per 27 cm, a 70 euro per i primi giorni promozionali, e in attesa di essere ristampata dopo Natale in edizione economica 16 per 16) è un secondo capitolo per un Bolognini anticonvenzionale, dopo il successo rinfrescante, tanto era acquatico e marittimo, di "Salento, che spettacolo!", uscito nei mesi scorsi. Mai come adesso la Aus Comunicazione, con questo formato king size e questa proposta, a un tempo, di monumentalità sbarazzina e di dettagli maestosi, è candidata per direttissima ad avere imbroccata la strenna natalizia "non utile" numero per il Natale 2010. Siamo pronti a scommettere che non ci sarà professionista minimamente in vista che non si ritroverà a dover mettere in circolo copie su copie riciclate di questo volume, tante ne riceverà dai suoi clienti.
Quello che emerge fin dal primo contatto colla sua ultima fatica è un nuovo Bolognini meno assoluto o aereo e più profondamente umano e leccese di quanto ricordavamo. Anche più "personale" e "disincantato" che in "Salento, che spettacolo!". Non dicevamo a caso "italiano", qualche riga più in su. L'essere stato Bolognini sempre attentissimo osservatore del Salento, fin nelle minuzie della decorazione archiettonica religiosa, come nelle vedute complessive di città e porti da prospettive insolite o impossibili, non ha potuto fare a meno di lasciarci qualche volta con l'amaro in bocca. Non di freddezza si trattava, ma di meritata aulicità. Era come se avessimo tanto voluto vedere un dietro le quinte di quella maestosità, un momento in cui il particolare diventava l'universale.

Ed eccoci abbondantemente accontentati. Non ci sono sole le vedute aeree di Villa Reale o della Torre del Parco, in questo libro. Le foto must della nuova tendenza sono davvero tante. Ma una ci ha straziato il cuore. E' ambientata nel bel mezzo di piazza Sant'Oronzo, altezza lupa. La silhouette con la mammifera madre della leccesità riposa, schiena contro schiena, contro un vero cane randagio, disposto in simmetria con le zampe dall'altra parte, ugualmente addormentato. Il dittico generato casualmente, ma perfettamente colto dall'obbiettivo, è fra la Lecce di razza che mostra tutta la sua storicità rilassata (sdraiata a prendere il fresco) e la Lecce randagia, abusiva, ma solo apparentemente brutta che spesso vorremmo fare finta di non vedere, eppure è comunque sempre presente ed è forse necessaria all'altra perché sembri così bella.

14 dicembre 2010

Il talento bipartito di Fulvio Spagnolo

In edicola con "20centesimi"

Quanti musicisti/pittori conoscete, abbastanza ricchi di famiglia e spericolati da finire con diverse ossa rotte per un fuoripista sulle Dolomiti, ma pure abbastanza sensibili e sognatori da spendere tutto il successivo periodo di riabilitazione (come un “notturno” dannunziano postmoderno, ma tutto di gioco anca bacino) a creare indefessamente - e forse ancora più spericolatamente - l’opera prima che neanche il talento più precoce (partito a 7 anni) lasciava presagire? Nella fattispecie, e in senso lato, non credo conosciate molte persone che riescano a concepire un album nel buio di un coma. E poi a perfezionarsi come cantautori, da autodidatti, nel giro di un solo anno. E perdipiù capaci, poi, di trarne un album spietatamente ironico ed autoironico, a partire dalla copertina, che raffigura una bella stampella in sovraimpressione, ad illustrare il titolo: “Sono io lo storpio”.


Fulvio Spagnolo da Carmiano, che ora è in ottima forma, è uno di quei personaggi che non fa compromessi con la realtà, amandola nella sua massima estensione e alla sua massima velocità. Per nostra fortuna, è mosso da uno spirito tutt’altro che futuristico. Fortuna ancora maggiore, Fulvio dipinge anche, fino a formare un dittico unico e irripetibile fra queste due anime della sua epressività. La prima, quella musicale e irriverente - sviluppata fin dalla più tenera età, ma sempre a ondate, almeno prima dell’incidente; l’altra, quella pittorica, colta e sottilissima, pur nella sua apparente oscenità, l’ha esercitata giusto fino alle soglie del tremendo incidente che lo bloccò a letto. Ditemi voi se queste due identità non sono una coppia perfetta, perfino sincronizzate. Il talento di Spagnolo per la vita accetta di tutto e soprattutto il passato e rielabora viaggi, esperienze, amori (per le cose, per i parenti, per le donne) come fa con Egon Schiele o Henri de Toulouse Lautrec - sue fonti pittoriche, per dirne due per tutte - quando dipinge.
Il suo primo album è composto da 10 tracce ed è pubblicato dall’etichetta veronese 1stPop, anche su iTunes (dove lo potete scaricare - legalmente - per 8,99 euro). Nei negozi di dischi di tutta Italia forse non lo troverete già in vetrina, ma se lo chiedete non vi costerà più di 10 euro. L’album è davvero interessante e alcune tracce recano impressi in chiarissime note una personalità rock/grunge e una capacità cantautorale notevolissima. A tutta birra e sempre a petto in fuori.


Eppure, vi stupirà la proporzione che componenti come memoria e amor filiale occupano, invece, nei quadri della stessa persona, che sarebbero a tecnica mista anche se fossero tutti solo olii su tela, tante sono le contaminazioni e i raggiri che contengono per solutori abili e non, amici di una vita e chissà quali pubblici andranno alle sue mostre. Nella fattispecie, comunque, Fulvio predilige l’acrilico. Dichiarazioni d’amore sentimentale a svariate figure materne giocano a rimpiattino con rivelazioni sulla corporeità di una nonna. Cassieri elegantissimi con fare da Secessione viennese non compromettono in alcun modo il fascino di alcune mucche a matita su cartoncino, che hanno un corpo cubico e portano sandali da bambina perbene. 

Ma allora, anche nella musica, che dovrebbe essere la parte più schizzata e “maleducata” della sua produzione, sono tutti raggiri i riferimenti al politicamente scorretto, al grezzo, al giovanilistico a tutti i costi. In realtà, una delle dimensioni più corretta in cui
cercare di comprendere il fascino e i fascini di questo autore è quella di una continua, sottile elegia del tempo perduto, anche se questo tempo perduto non sempre è l’autobiografia più storicamente corretta, com’è per tutti i felliniani, forse inconsapevoli, com’è questo carmianese dalla voce delicatamente accentata. L’elegia della stessa possibilità di immaginare. I suoi buoni amici dicono che se solo fosse un minimo più regolato e meno genio, sarebbe già una star. Quelli davvero ottimi dicono che, però, una star senza un vissuto come quello che solo la sregolatezza motoristica (non mancano ogni sorta di stunt automobilistici, al curriculum acrobatico di Fulvio) e il tarlo del suo genio onnivoro, nessuno può essere una vera star.
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